IL GIOCO DELLE COPPIE di Olivier Assayas

IL GIOCO DELLE COPPIE di Olivier Assayas

La storia di due coppie: un editore che deve far fronte alla rivoluzione digitale che investe il mondo della scrittura e dell’editoria, sua moglie attrice di successo (Juliette Binoche), uno scrittore autobiografico, depresso, e la sua compagna (Nora Hamzawi). Un quartetto e, con loro, i loro amici intellettuali parigini, tutti indistintamente, ciascuno a modo suo, in preda a dubbi e perplessità sulle loro scelte di vita e professionali davanti ai cambiamenti che sono costretti a subire e che non sono più in grado di controllare.

 

Film che ho perso alla recente Mostra di Venezia e che ho inseguito poi sui nostri schermi romani. Ma … lo dico subito, una delusione! Assayas è un regista e sceneggiatore francese con oltre 20 anni di carriera e discreti successi, suoi i recenti Sils Maria (2014) e Personal Shopper (2016) accolti entrambi positivamente sia da critica che dal pubblico di cinefili. Questa volta l’autore cambia registro e fa un’escursione nel mondo dell’editoria per parlarci dei mutamenti in atto come spunto per poterci poi parlare anche delle conseguenze dei mutamenti di costume nelle relazioni di coppia. Tutti sono doppi, tutti i personaggi hanno delle doppie vite e dei doppi fini (ben più corretto il titolo originale Double Vies, perché non mantenerlo? Vecchia questione questa dei titoli originali mal tradotti o fuorvianti), di cui il regista ci svela progressivamente segreti, ipocrisie e compromessi. Tutto è doppio: nelle vite, nelle coppie, nei libri autobiografici, nella realtà e nella politica. Il tema è certamente interessante, per l’autore non c’è una verità assoluta, tante infatti sono le possibili messe in scena della vita e tutte sono contraddittorie. Il regista avanza dubbi e domande riflettendo sulla cultura, sulla società che si evolve e sul fallimento della politica e delle utopie. Temi interessanti, ma risultati non certo all’altezza. Tanto pretestuoso è infatti lo spunto di affrontare il mondo dell’editoria, tanto pretestuoso, banale ed aneddotico è poi lo sviluppo filmico che ne consegue. Una specie di divertissement molto radical-chic, tutto intellettuale e fine a se stesso, un giochino che potrebbe, forse, riuscire a toccare le menti degli spettatori, ma non certo le loro emozioni.

Il Cinema francese, si sa, è da sempre un cinema molto “parlato” ove il linguaggio, le parole hanno un ruolo fondamentale, significativo e talora poetico, ma, nel nostro film i personaggi parlano, parlano e parlano senza mai arrivare ad alcun punto, il punto forse è solo il parlare ed il continuare a parlare. Se intenzione di Assayas era poi di voler prendere in giro una certa borghesia parigina persa fra cene e salotti intellettuali in cui si dibatte di argomenti di moda solo nel loro mondo esclusivo, il risultato è, ancora una volta, scarso perché poco convincente, privo del necessario mordente, di raffinatezza ed intelligenza. Al contrario, anche il discorso dell’autore si avvita su se stesso e sul piacere narcisistico di ascoltarsi parlare.

Un po’ poco, un po’ troppo poco direi io, da un autore come Assayas. Il film mostra fin dall’inizio tutti i suoi limiti, sarebbe forse bastato limitarsi ad accennare, invece il regista tende a sottolineare ed ancora a sottolineare cosicchè la storia inizia dopo poco a girare a vuoto, perdendo ogni mordente, salvo che lo spettatore voglia appassionarsi ai dibattiti fra intellò durante le varie cene, tutti eguali e tutte eguali.

Una storia povera, una quasi pigrizia di scrittura e sciatteria di riprese che lascia fin da subito perplessi. Un film decisamente non riuscito nonostante la buona interpretazione della Binoche e della Hanzawi e qualche lampo di humour, o piuttosto, di sarcasmo. Speriamo solo che Assayas torni presto ad essere all’altezza di se stesso con molte meno chiacchiere e più impegno

data di pubblicazione: 26/12/2018


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COLD WAR di Pawel Pawlikowski, 2018

COLD WAR di Pawel Pawlikowski, 2018

In un arco di tempo fra il 1949 ed il 1964, nella Polonia Staliniana, nella Parigi Bohémienne e nell’Europa divisa dalla Guerra Fredda, Wiktor (Tomas Kot) musicista polacco, alto borghese, colto e raffinato, incontra la giovane Zula (Joanna Kulig) di origini modeste ma passionale e talentuosa cantante con un pizzico di follia. Si innamorano per sempre, Wiktor di lì a poco fugge all’Ovest, ma l’amore li unisce, si perdono, si ritrovano. Un amore impossibile e distruttivo. Due innamorati che pur amandosi non riescono a poter stare insieme.

 

Dopo IDA, Oscar 2015 quale miglior film straniero, ecco di nuovo sui nostri schermi il talentuoso regista polacco con un film già premiato a Cannes per la migliore regia ed appena poche settimane fa, con l’ EFA (gli Oscar europei) come miglior film europeo 2018. Pawlikowski ci conferma tutta la sua maestria autoriale con un’opera visivamente impeccabile, con una regia, movimenti di camera, inquadrature e uso dei primi piani assolutamente originali e magistrali. Cold War è fotografato in un elegante bianco e nero che rende affascinanti le atmosfere della tormentata storia d’amore. Un bianco e nero contrastato, drammatico ed a tratti denso e velato per renderci l’alone di spaesamento della realtà narrata ed il grigiore della vita quotidiana ed anche l’interiorità tormentata dei due protagonisti smarriti nel loro amore. Il film è in effetti la storia di un amore tormentato ed appassionato, un amore assoluto, viscerale ed autodistruttivo, così tumultuoso, intenso e disperato che i due innamorati non riescono quasi a sopportarne il peso e si autodistruggono essi stessi pur non riuscendo a smettere di alimentare il sentimento che li unisce. Un amore così forte da tenere unite due anime che si riconoscono come destinate a vivere insieme, ma, non così forte da vibrare all’unisono e contemporaneamente quando le due anime riescono a viverlo. La storia fra i due è poi resa difficile ed è condizionata anche dalla situazione politica, dallo spaesamento derivante dalla lontananza dalla loro Polonia e, soprattutto dalla loro differenza di origini e cultura, dai loro forti temperamenti e dalle loro convinzioni. I due protagonisti sono materialmente lacerati fra il legame che li unisce ed il contesto che li separa. Una lacerazione sempre più distruttiva. Sullo sfondo della storia, solo sullo sfondo, malgrado il titolo, l’Europa che risorge dalle rovine della guerra mondiale, ma è già divisa, lacerata anch’essa dalla cortina di ferro della guerra fredda fra comunismo e libertà. Quasi una metafora. Il regista riesce ad esplorare le profondità di questa relazione impossibile rendendoci con assoluto pudore la purezza dei sentimenti dei protagonisti, la loro malinconia silenziosa e tutta la complessità di un legame che va ben oltre la loro stessa esistenza.

Il racconto si sviluppa per omissioni, condensato per elissi in soli 84’(evento raro oggigiorno, epoca di film lunghissimi), come sfogliando un album di foto, poche scene, brevi riprese, solo accenni di vita, lasciando poi allo spettatore ed alla sua immaginazione di ricrearsi ciò che succede alla vita ed ai sentimenti dei personaggi, nei lunghi spazi temporali che intercorrono fra un incontro e l’altro.

Il vero filo conduttore del film, quasi fosse un terzo protagonista, è la musica. Una musica che è sempre presente fin dalle prime inquadrature ed è l’elemento chiave per capire il racconto, in particolare la canzone “Cuori”, più volte cantata dalla protagonista in vari arrangiamenti, che di volta in volta affascina, lega o fa separare i due innamorati, anticipando nel suo testo tutto il senso della storia di questi due cuori attratti e contrapposti in un amore senza pace.

Volendo trovare dei difetti, a parte forse un certo squilibrio fra la parte iniziale e la storia d’amore, credo si possa rilevare che il regista non entri adeguatamente in profondità negli aspetti esistenziali dei suoi personaggi e si limiti invece a mostrarcene solo i segmenti di vita che li uniscono e poi li separano. Manca, a mio giudizio, un maggiore coinvolgimento, per cui alla fine il film risulta un’opera bella da vedere ma forse un po’ troppo fredda che coinvolge solo in superficie. Straordinaria ovviamente l’interpretazione dei due attori principali che rendono tutta la dolente sensualità del tormento delle anime e dei cuori dei loro eroi.

Cold War è un film drammatico sentimentale, un grande amaro canto d’amore, qualche critico lo ha anche definito “un film per cinefili o solo per Festival alla ricerca del capolavoro”, forse sì forse no, comunque sia, Cold War è un film da vedere che fa riflettere e su cui si deve riflettere e che forse andrebbe rivisto due volte per poter poi dire di aver già visto, fin da subito, un bel film.

data di pubblicazione:23/12/2018


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ROMA di Alfonso Cuarón, 2018

ROMA di Alfonso Cuarón, 2018

La cronaca di un anno tumultuoso nella vita di una famiglia borghese che vive nel “quartiere bene” di Città del Messico chiamato ROMA. Un anno visto con gli occhi umili e sensibili di Cleo, domestica attenta ma anche governante affettuosa e complice dei bambini e parte anche lei della famiglia.

 

Ho approfittato, prima del suo passaggio in esclusiva su Netflix, per correre a vedere proiettato sullo schermo cinematografico il film con cui Cuarón ha vinto il Leone d’oro al recentissimo Festival di Venezia e di cui ci aveva già riferito brevemente ma con acuta precisione di giudizio la nostra M. Letizia Panerai nei suoi Appunti di viaggio dal Lido di Venezia del 31 Agosto.

Non entro nelle polemiche sul ruolo di Netflix, o sui diversi atteggiamenti assunti dalle Direzioni dei Festival di Cannes e di Venezia sull’ammissibilità o meno in concorso di film destinati a circuiti diversi dalle sale cinematografiche. Personalmente sarei del parere che Netflix sia un danno per il vero Cinema, ma bisogna anche realisticamente convenire che i dissennati vincoli della Distribuzione avrebbero costretto un film come questo, pur se bello, solo in poche sale di qualità, limitandone la fruizione ad un numero ristretto di spettatori. D’altra parte occorre ammettere anche che il Cinema non è più solo arte, talento e fascinazione, ma è, sempre di più, un prodotto necessariamente destinato alla più ampia consumazione e quindi … la forza tentatrice della capacità produttiva e distributiva on line è sempre più irresistibile

Con Roma il talentuoso regista torna a girare nel suo Messico con un film molto personale che segna un ritorno alle sue origini sociali e culturali, alle sue memorie, ed ai suoi ricordi di infanzia. Ed è proprio con lo sguardo tenero e dolce della memoria che l’autore affronta temi tanto personali quanto anche universali: la famiglia, l’assenza, l’indifferenza, la maternità, la morte, il dolore, la dedizione e l’abnegazione, parlandoci anche delle lotte sociali, culturali e studentesche senza che mai uno di questi tanti temi ecceda sugli altri. Al contrario, tutti coabitano fra loro in modo naturale in un racconto fluido e con i giusti momenti di interruzione di tono, grazie anche a sequenze piene di humour. Il merito è tutto in una regia sensibile ed intensa che mantiene sempre appassionato il ritmo narrativo, con una capacità che sembra semplice ma è, in effetti, tanto elaborata quanto efficace. La messa in scena, in uno splendido “bianco e nero” privo di contrasti e di un’eccezionale profondità di campo, è sobria ed attentissima ai particolari fino anche ai dettagli. Il regista che, oltre a firmare la sceneggiatura ed a curare il montaggio, è anche Direttore della fotografia, privilegia piani fissi e soprattutto magnifici piani sequenza, che sono poi il suo marchio stilistico, per darci visioni panoramiche con movimenti della camera lenti proprio per evidenziare la visione d’insieme. Questo ritmo calmo, come se il Tempo si estendesse all’infinito, è scientemente ricercato per agevolare l’introiezione da parte dello spettatore del contesto, dei personaggi e dei loro comportamenti.

La vicenda ambientata nel 1970/71 è uno splendido souvenir di un mondo che sta cambiando, di una Società in ebollizione, di bambini che crescono, di adulti che affrontano la vita. Un’opera sensibile con personaggi disegnati con tocchi leggeri. Una visione realista senza giudizi di sorta da parte dell’autore, in una visione che quasi non cerca risposte alle vicende che si sviluppano siano esse allegre o tragiche, quasi una poesia del quotidiano.

Di sicuro il film è un canto, una vera ode alle donne, al loro grande coraggio, alla loro forza, alla loro resilienza, al legame naturale di solidarietà che consente loro di far fronte sia alle gravidanze non volute sia agli abbandoni subiti e di dare e avere sempre una speranza.

Dunque un film autoriale, delicato, elegante e di classe innegabile, un film che dà emozioni fin dalla prima sequenza di apertura. Un film da cercare di vedere assolutamente.

data di pubblicazione:14/12/2018


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A PRIVATE WAR di Matthew Heineman, 2018

A PRIVATE WAR di Matthew Heineman, 2018

Ritratto della leggendaria corrispondente di guerra Marie Colvin (Rosamund Pike) del Sunday Times di Londra. Spirito senza paura e ribelle ad ogni conformismo, la giornalista ha dedicato la sua vita personale e professionale a raccontare la Verità sulle conseguenze delle guerre sulle persone innocenti, dando voce, nei suoi reportage, a coloro che non hanno voce: le vittime civili dei conflitti, di ogni conflitto.

 

Già presentata con discreto successo alla 13ma Festa del Cinema di Roma, esce ora sui nostri schermi l’opera prima di M. Heineman. Il regista già noto autore di documentari si cimenta con questo suo primo lungometraggio con un biopic poco reverenziale sugli ultimi dieci anni della vita della leggendaria reporter. Il film è basato su un reportage apparso su Vanity Faire ci racconta di una donna coraggiosa ed impegnata al punto tale da rischiare ogni volta la sua vita per le sue storie giornalistiche ma anche e soprattutto di una donna intimamente vulnerabile, traumatizzata ed empaticamente sensibile ai drammi cui assisteva per poterne poi scrivere e darcene notizia.

Heineman, pur non tralasciando di rappresentarci i contesti bellici, filmando anzi scene di guerra con abilità di vero documentarista, si sofferma infatti con intelligenza ed intensità sul lato più personale ed umano della giornalista, sulla sua guerra interiore (da qui il titolo del film), sul conflitto fra la sua vita personale e la sua vita professionale per la quale lei sacrifica relazioni affettive e sogni materni accumulando traumi psicologici e fisici che la dilaniano interiormente. Una guerra privata quella della Colvin, una guerra anche con se stessa, con le sue ambizioni, le sue paure, le sue sfide, la sua solitudine, i suoi disturbi. Nel film si ride, si piange e si soffre con la giornalista assistendo al suo progressivo degradarsi nello spirito e nel corpo a somiglianza delle tante tragedie cui assiste vivendone sempre, come proprie, le angosce, gli incubi, la rabbia ed i dubbi. È qui la vera abilità del regista, nella sua capacità di mantenere, con un forte senso del tempo e del luogo, il giusto ritmo della vicenda e la costante tensione narrativa, facendo evolvere la storia in modo lineare fino agli eventi finali durante la guerra civile in Siria, con il solo supporto di alcuni flasback che servono ad illuminare lo spettatore sul carattere, i comportamenti ed il labirinto di orrori che sono sepolti nella mente della reporter dopo essersi confrontata con il peggio che l’umanità può offrire. A questo lavoro del direttore si aggiunge ovviamente quello molto convincente di R. Pike, degna veramente di essere presa in seria considerazione per la prossima stagione di premi. L’attrice fa letteralmente suo il film, incarnando anima e corpo il personaggio, quasi appropriandosene lavorando di cesello sui registri vocali e sugli atteggiamenti, e ci prende e ci fa vivere poi le emozioni e gli incubi di una donna tormentata da ciò che testimonia e dalla rabbia e dall’impotenza di non poterlo evitare. All’eccezionale Pike fanno da corona ottimi caratteristi o coprotagonisti: Tom Hollander ed il sempre bravo Stanley Tucci, e, non ultimo, Jamie Dornan (ex… cinquanta sfumature di grigio, nero e rosso e prossimo nuovo Robin Hood) nei panni del fotografo di guerra che accompagnava la Colvin.

A Private War non è certamente un film perfetto, alcune storie sottostanti risultano alquanto deboli, alcune sequenze sono troppo insistite, l’amalgama fra pulsione documentaristica e narrazione filmica non sempre è armonico, però, nel complesso, il risultato è un buon film che vale la pena di vedere ed apprezzare. Un buon film commovente e coinvolgente, a tratti affascinante, che non è mai svenevole, sentimentale o convenzionale nel raccontarci il valore della Verità e quello che è stato l’impegno personale e professionale di una grande reporter.

data di pubblicazione: 25/11/2018


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MORTO TRA UNA SETTIMANA (O TI RIDIAMO I SOLDI) di Tom Edmunds, 2018

MORTO TRA UNA SETTIMANA (O TI RIDIAMO I SOLDI) di Tom Edmunds, 2018

William (Aneurin Barnard) è un giovane scrittore che non riesce a pubblicare nulla, è privo di affetti, è depresso ed ha deciso di porre fine alla sua esistenza senza senso. Dopo una decina di tentativi tutti falliti tragicomicamente, ingaggia Leslie (Tom Wilkinson) un killer professionista in età avanzata perché provveda lui a “suicidarlo” entro una settimana. Anche il killer, a sua volta, ha i suoi problemi con il Boss della sua “organizzazione” perché deve riuscire a raggiungere la quota prevista di omicidi, pena il suo pensionamento anticipato; inoltre, ahinoi, proprio subito dopo aver sottoscritto il contratto, il nostro William scopre finalmente validi motivi per vivere e sognare. Ma … il contratto è contratto …

 

Tom Edmunds debutta con questa pellicola sia come sceneggiatore sia come regista e ci regala subito, con buon istinto artistico ed in modo convincente, nonostante la serietà dell’argomento trattato, una divertente commedia permeata di un dark humour molto inglese. Il suicidio è un argomento così serio che prescindendo, a priori, dal fare riferimento a valori morali, l’autore l’affronta scientemente portando subito il racconto molto oltre le righe ed anche oltre il piano dell’ironia, ricercando talora effetti molto comici. La narrazione stessa sembra non volersi prendere troppo sul serio. In realtà il film è invece un’occhiata comica sul senso della vita e sulle ragioni per viverla e giunge ad esaltare proprio la forza della vita stessa rispetto a qualsiasi altra situazione umana. Una storia quindi bizzarra e surreale che non annoia, anzi, al contrario, rallegra e sorprende con idee e situazioni brillanti che, a tratti, fanno anche sentire l’influenza o il ricordo di alcune scene e situazioni già viste in In Bruges del 2008.

Alla base di questa gradevole opera prima c’è dunque una perfetta sceneggiatura ben costruita ed autoironica, ma la sua brillantezza deriva anche dal gioco dei ruoli dei vari personaggi, tutti perfettamente disegnati e caratterizzati, da un ritmo sempre sostenuto e poi dalla talentuosa interpretazione dell’ottimo cast di attori britannici. Spiccano, fra tutti, i due protagonisti che sembrano quasi rispecchiarsi l’uno nell’altro: il giovane A. Barnard già apprezzato nel recente Dunkirk, e, soprattutto, il collaudato T. Wilkinson. La sua performance è così eccellente che riesce ad asciugare il suo ruolo fino a dare con la sua recitazione tutto il senso della noiosa routine accumulatasi negli anni, quasi il killer fosse un banale e stanco impiegato prossimo al pensionamento. Una interpretazione ricca di eleganza e finezza, veramente tutta british style e soprattutto understatement.

Cogliere il senso di una Commedia è sempre anche molto soggettivo perché dipende, ovviamente, anche dal senso individuale di humour di ciascuno spettatore, ma, riteniamo di non sbagliare definendo Dead in a week (or your money back) una più che eccellente british dark comedy che non si prende mai troppo seriosamente e che oltre a far sorridere fa anche ridere. Un piccolo e piacevole film che certamente assicura un gradevole divertimento così come una fredda bevanda, o, se preferite, come una bella tazza di tè inglese, che si apprezza al momento in cui la si gusta per poi dimenticarsene molto gradevolmente, piano piano, dopo un po’…

data di pubblicazione:21/11/2018


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