VIII FESTIVAL DEL NUOVO CINEMA FRANCESE

VIII FESTIVAL DEL NUOVO CINEMA FRANCESE

(Roma, 4/10 Aprile 2018)

Per l’ottavo anno consecutivo, dal 4 al 10 Aprile, viene riproposto il Festival del Cinema Francese. Quest’anno l’iniziativa, anziché al cinema Fiamma, ahinoi chiuso da mesi, si svolgerà al Nuovo Sacher, alla Casa del Cinema ed all’Istituto Francese di Roma che ospiteranno le proiezioni e gli incontri con gli autori ed attori. Come ogni anno il Festival porterà poi in viaggio il Cinema Francese anche a Milano, Firenze, Napoli e Palermo.

Questa VIII edizione è centrata sul grande cinema d’Autore nella tradizione del cinema francese e, ciò non di meno in un continuo rinnovamento, con un focus speciale dedicato poi alle opere recenti di Arnaud Desplechin. Una buona opportunità per gli amanti del cinema, e del cinema francese in particolare, di seguire da vicino gli ultimi sviluppi di una cinematografia vitalissima per produzioni, pubblico, qualità, incassi ed apprezzamenti internazionali. Un cinema d’Autore, quello francese, che riesce sempre a saper combinare consapevolezza artistica e capacità di interagire con il pubblico delle sale. Un pubblico che, a differenza della triste realtà italiana, ancora affolla le sale grazie a sapienti politiche di sostegno culturale ed economico alla produzione ed alla distribuzione. Basti solo pensare che nel 2017 in Francia sono stati venduti ben 209,2 milioni di biglietti, a fronte dei soli 100 milioni scarsi venduti in Italia. In questa settimana di proiezioni potremo avere quindi la possibilità di cogliere un’ampia panoramica delle opere di alcuni dei più noti giovani cineasti d’oltr’Alpe. Alcuni film sono già stati presentati a Cannes ed a Venezia 2017 e passeranno poi nelle sale nelle prossime settimane. Il filo conduttore dell’intera rassegna, pur nella diversità artistica, è il bisogno dei cineasti di restare ancorati nel contemporaneo e nel reale, unitamente alla capacità autoriale di saper conciliare le esigenze del vero con il racconto ed i vari generi.

In questo contesto, fra i vari masterclass ed incontri con registi ed attori, e la ventina di opere presentate nelle molteplici proiezioni giornaliere, vi segnaliamo quelli di cui è già prevista una  prossima uscita sugli schermi romani:

I fantasmi di Ismael di A. Desplechin, presentato a Cannes ’17, (da non trascurare poi il focus su alcune delle sue ultime realizzazioni); La casa sul mare di R. Guédiguian; L’atelier di L. Cantet già Palma d’Oro a Cannes 2008 con La classe; L’amore secondo Isabelle della regista Claire Denis ed una splendida e bravissima J. Binoche; Parigi a piedi nudi di D. Abel e F. Gordon ed infine il tanto atteso e sulfureo Doppio Amore del prolifico e talentuoso F. Ozon, anche questo visto a Cannes ’17.

data di pubblicazione:04/04/2018

RICOMINCIO DA NOI di  Richard Loncraine, 2018

RICOMINCIO DA NOI di Richard Loncraine, 2018

Dopo aver scoperto che il marito, appena nominato Sir, ha da tempo una relazione, la sessantenne e snob Lady Sandra (Imelda Staunton) lascia la sua villa nel Surrey e si rifugia a Londra nell’appartamentino della sorella Biff (Celia Imrie) che conduce ancora una vita libera da condizionamenti, con amici altrettanto vitali ed alternativi. In questo contrasto di realtà, Sandra riscoprirà più autentici valori con l’aiuto anche di uno dei nuovi amici: Charlie (Timoty Spall).

“La Vita Comincia Oltre i 60 Anni” potrebbe tranquillamente essere la sintesi del film. Sappiamo che da tempo il Cinema ha scoperto che le aree di maggior profitto cui dedicare attenzione sono le due punte estreme dell’arco dei suoi spettatori. Da una parte i giovani, dall’altra il cosiddetto “Grey Pound” (dal colore grigio dei capelli) il sempre più crescente numero di potenziali spettatori della “Terza e Quarta Età”. E’ proprio questo il target di parecchi dei film che vediamo passare sui nostri schermi: Appuntamento al Parco, Ruth e Alex, Mai così vicini, tanto per citarne alcuni.

Il nostro film è diretto dall’eclettico R. Loncraine. Il settantaduenne regista inglese, con ampia esperienza sia televisiva che cinematografica, ha attraversato, nella sua lunga carriera, una molteplicità di generi: dal pluripremiato shakepeariano Riccardo III fino ai recenti film per la Terza Età, suo è difatti anche il sopraccitato Ruth e Alex. Il film di cui parliamo oggi: Ricomincio da Noi appartiene proprio al classico sottogenere dei film “sul passaggio di età”. Non tanto il passaggio dall’adolescenza all’età adulta come in Lady Bird, quanto piuttosto quello altrettanto inevitabile e difficile verso l’”Età Matura”. Una fase di cambiamento altrettanto cruciale, quasi una seconda o terza chance per riuscire a dare un diverso valore alla propria vita recuperando progetti, oppure creandosene di totalmente nuovi e vitali avendo il coraggio di saltare verso il “Nuovo”. Pensiamo, fra i tanti, a Marigold Hotel. Il film di Locraine è dunque un film su come si può riscoprire la bellezza della vita. Una favola, un racconto delicato su come riprendere con entusiasmo il cammino. Con un tale tema c’era il grosso rischio di scivolare in una storia strappalacrime oppure in una scadente rassegna degli stereotipi sulla terza età. Pur non sostenuto da un grande sceneggiatura e pur non potendo evitare qualche clichè e sviluppi narrativi  prevedibili, Loncraine dirige con sufficiente mestiere e riesce a mantenere la storia ai livelli di una commedia gentile e dolce-amara, divertente ed a tratti commovente, senza essere mai banale o superficiale. Un notevole supporto gli viene dato  da un eccellente cast di attori, un trio di ottimi “veterani” del Teatro e del Cinema Inglese che unitamente a validi caratteristi, consentono di attraversare con successo l’alternanza di situazioni di nostalgia e commozione con quelle allegre e ricche di humour britannico. C’è una qualche lontana eco di Una canzone per Marion. Se in quest’ultimo ottimo film l’elemento catartico per il cambiamento di vita era il coro musicale, in Ricomincio da Noi l’elemento è invece la scuola di ballo ed il ballo corale che danno al film un vero tocco di originalità con gradevoli scene ed ottimi brani musicali entrambi estremamente coinvolgenti e contagiosi. In conclusione il film è una delicata ed a tratti frizzante commedia in grado di far accettare i lutti, far sorridere sull’età e sul coraggio di uscire dagli schemi della ragione per seguire le emozioni e trasmettere, soprattutto, l’accattivante messaggio che “Non si deve mai aver paura di vivere” .

data di pubblicazione:22/03/2018


Scopri con un click il nostro voto:

UN AMORE SOPRA LE RIGHE di Nicolas Bedos, 2018

UN AMORE SOPRA LE RIGHE di Nicolas Bedos, 2018

Il racconto di una lunga storia fra lo scrittore Victor (Nicolas Bedos) e la bella, intelligente ed amorevole Sarah (Doria Tiller) che, splendida figura di donna colta e tenace, ne riesce a divenire moglie, musa ed eminenza grigia che sa agire nell’ombra con discrezione, interagendo intelligentemente con la crescente notorietà del marito. Quasi 50 anni di vita in comune con tutte le sue sfumature, belle, buffe, tristi e gioiose, fra gli alti e bassi, le separazioni e le riconciliazioni di un “Amore Irreversibile” fuori del comune.

 

“Dietro ad ogni uomo di successo si nasconde sempre un grande donna”: sarebbe interessante sapere se questo assioma si adatti o meno anche alla coppia Bedos – Tiller oltre che nel film anche nella loro vita quotidiana. Ancor più interessante sarebbe poi sapere se corrisponda anche alla realtà artistico/creativa della nostra coppia l’intrigante colpo di scena nel sottofinale del film. Ovviamente non possiamo anticipare nulla, ma di certo possiamo già dirvi che Un Amore Sopra Le Righe è un doppio esordio ben riuscito. Fortuna? Abilità? Entrambe!

Il film è difatti il positivo debutto nella regia di Bedos ed anche l’esordio brillante come attrice della Tiller. Entrambi hanno anche scritto a quattro mani sia la sceneggiatura che i dialoghi. I due sono ben conosciuti in Francia, lui è un affermato scrittore, polemista, umorista ed attore (Tutti pazzi per Rose e Turbolenza d’Amore), lei invece è una star della TV. Il film è dunque un’opera prima ambiziosa con un approccio quasi femminista perché, ben più che Victor, è Sarah al centro del racconto, un vero omaggio alle donne, soprattutto a quelle che vivono nell’ombra e da lì sostengono ed esaltano i talenti dei loro uomini illuminati dal successo. Bedos dirige con maestria e mano salda con toni graffianti, spesso coraggiosamente provocatori, scorretti ed irriverenti, giocando “con e contro” i vari clichès sui benpensanti, la borghesia retriva, la cultura ebraica, gli intellettuali radical chic, agendo sui diversi livelli di narrazione, tutti legati fra loro dalla voce narrante di Sarah che ricorda la vita della coppia. La sua regia, in una messa in scena gradevole, riesce abilmente a gestire il susseguirsi di situazioni che accompagnano i 45 anni della storia, senza mai ripetersi, evitando di perdere di vista il filo del racconto. Riesce anche a mantenere costante, con tratti di gradevole comicità e dialoghi frizzanti, il ritmo ed il tono brillante della narrazione.

A guardare bene si può cogliere più di qualche ammiccamento a W. Allen o a J. Cassavetes. La Tiller è una piacevole scoperta (ha il fascino della J. Birkin di una volta), ha talento di vera attrice, si impone da subito con un’interpretazione molto convincente e naturale, e, pur nella bella alchimia fra i due attori, è lei che prevale. Eccellenti le caratterizzazioni degli attori secondari. Geniale il colpo di scena dell’epilogo. Qualche difetto è riscontrabile nella lunghezza del film ed in qualche eccesso di verbosità. Piccole cose per un esordio. Un Amore Sopra Le Righe è dunque una gradevole commedia romantica, una graziosa, intelligente e tenera storia sull’”Amore Irreversibile”, un po’ melò, un po’ ironica, graffiante, a tratti commovente e con un pizzico di humour nero.

Un commento “rubato” all’uscita dal cinema:”… rapiti da una storia d’amore che rimane, nonostante la vita, totalmente integro ed esclusivo, forse anche troppo! … Un Amore così si può vedere solo nei film?? …”

data di pubblicazione: 19/3/2018


Scopri con un click il nostro voto:

LADY BIRD di Greta Gerwig, 2018

LADY BIRD di Greta Gerwig, 2018

Siamo a Sacramento – California, nel 2002, subito dopo l’11 Settembre. Assistiamo al racconto di formazione ed iniziazione alla vita di un’adolescente all’ultimo anno della High School e prossima a scegliere l’Università. La giovane Christine che vuole farsi chiamare da tutti Lady Bird (Saoirse Ronan), lotta per dare spazio ai propri sogni e talenti, per uscire dal suo modesto ambiente sociale e dalla mediocrità della piccola provincia americana e per fuggire dal gap culturale che separa la Costa Ovest da quella dell’Est e da New York.

Lady Bird è il primo lungometraggio scritto e diretto dalla Gerwig, classe 1983 e già icona del Cinema Indipendente Americano. L’abbiamo ammirata anche come ottima attrice in Mistress America ed in Frances Ha con la direzione di Noah Baumbach che, oggi suo compagno nella vita, ha collaborato con lei nella sceneggiatura di questo film. Si tratta di un’opera personale in parte autobiografica, bella e delicata, caratterizzata da un tocco di sincerità nel saper trascrivere e filmare, con una naturalezza assoluta tutta al femminile, la complessità dei rapporti familiari ed intergenerazionali nel delicato passaggio all’età adulta. Un film già meritatamente premiato con due Golden Globe per la migliore commedia e per la migliore attrice. Visto l’argomento, si poteva facilmente cadere nei soliti cliché del Genere Teen Movies. La Gerwig invece riesce ad evitare la trappola con un approccio lieve ed una scrittura di uno charme tutto particolare e ci regala una storia di una delicatezza evocativa che risuona dentro ciascuno di noi. La sua regia si avvale infatti di scene brevi ed equilibrate, dialoghi secchi e precisi ed un montaggio puntuale che sembra quasi sposare gli umori della vicenda. Il racconto scorre così in modo naturale, senza vezzi o esagerazioni, dogmatismi o drammatizzazioni, con un dolce profumo di nostalgia che dà eleganza e fascino a tutti i codici del Genere. La riuscita del film è tutta qui! Non nella storia ma nel tocco delicato e nelle piccole sfumature. Dunque, un’opera tenera, pungente, autoironica, toccante e sincera che non elude nessuna delle contraddizioni adolescenziali o le complessità delle relazioni fra madre e figlia ma si limita invece ad osservarle  alla giusta distanza. Punto di forza del film è la giovane e bella irlandese Saoirse Ronan già ammirata ed apprezzata in Hanna e, soprattutto in Brooklyn. L’attrice conferma la sua bravura prestando tutta se stessa alla protagonista. Un ruolo splendido ed una interpretazione per la quale oltre al Golden Globe, ha anche ricevuto la sua seconda nomination per l’Oscar come migliore attrice protagonista. Superbi anche tutti i secondi ruoli, adulti e giovani, fra questi Timothée Chalamet visto recentemente in Chiamami col tuo nome. Lady Bird, senza alcuna pretesa di figurare fra i capolavori del Cinema, è un vero gioiellino, una piccola delizia di rara bellezza, sensibilità ed autenticità, che con gli attuali frenetici ritmi di uscite settimanali imposti da una dissennata Distribuzione, pur essendo uscito sugli schermi romani solo il 1° Marzo, è già relegato in pochi cinema ed in salette da 40/50 posti! Rincorretelo anche voi: non lo perdete, ne vale la pena!

data di pubblicazione:17/02/2018


Scopri con un click il nostro voto:

QUEL CHE NON SO DI LEI di Roman Polanski, 2018

QUEL CHE NON SO DI LEI di Roman Polanski, 2018

La scrittrice Delphine (Emmanuelle Seigner) dopo il successo del suo ultimo libro autobiografico  è oppressa dai ricordi familiari riportati in vita, ed è fragile e disorientata per la stanchezza psicofisica ingenerata dalle pressioni dei suoi lettori e degli editori. Delphine è quindi in piena crisi, senza idee per un nuovo libro e tormentata da messaggi anonimi. In questa situazione di difficoltà le capita di incrociare una sua affascinante ammiratrice di nome Lei (Eva Green) che sfrutta abilmente le sue angosce e s’insinua progressivamente nella sua vita privata e professionale fino a divenire morbosamente essenziale. La loro amicizia diviene sempre più ambigua, inquietante e pericolosa.

 

Quel che non so di lei, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes con giudizi contrastanti, è un adattamento operato dallo stesso Polanski, unitamente all’amico sceneggiatore e regista Olivier Assayas (suo il recente Sils Maria), del best seller Da Una Storia Vera della francese Delphine de Vigan.  Dopo l’ultimo suo film La Venere in Pelliccia l’ottantacinquenne regista polacco ritorna oggi con un thriller che, seguendo un sentiero fra realtà e finzione, rinnova la sua maestria nell’adattare per il cinema storie molto forti e nell’operare riflessioni sull’ambiguità del processo creativo in una situazione ricca di suggestioni tutte virate al femminile. Polanski si muove in un incrocio fra un mondo letterario e teatrale che ci ricorda i suoi recenti Carnage e, per l’appunto La Venere in Pelliccia, riproponendoci ancora una volta il tema del “doppio”, “l’altro da sé”, scavando nelle zone d’ombra e di luce dei suoi personaggi, lasciando noi spettatori nel dubbio di quale sia il vero e quale sia il falso. È vero che Lei rappresenta la zona d’ombra di Delphine o piuttosto, è forse vero il contrario?  Un lavoro dunque quello di Polanski che ci porta ad esplorare i dubbi, le manipolazioni e le prevaricazioni di ruoli fra menti fragili e che ci fa rammentare Eva contro Eva, Misery non deve morire ed anche lo stesso Polanski di The Ghost Writer. Come al suo solito il regista è un maestro nell’ambientare la vicenda in spazi ristretti, però questa volta sembra quasi porsi in una posizione di estraneità rispetto alla vicenda narrata, come se fosse desideroso di realizzare un film meno “intellettuale” e più, per così dire, “popolare”, trovandosi però in tal modo a perdere in scioltezza. Difatti nel film, a momenti interessanti e di buona tensione, si succedono altri in cui si nota un’assenza dell’inventiva geniale di altri suoi film, e la sua mano di Direttore da l’impressione di perdere il controllo delle due protagoniste che paiono recitare, per inerzia, ciascuna un suo proprio film. Va però detto che la Seigner e la Green, entrambe costantemente sulla scena, sono costrette in due personaggi cui non sono concesse sfumature e di qui certi eccessi e ridondanze della loro recitazione.  Quel che non so di lei non è certamente uno dei lavori fondamentali di Polanski, ma il regista, dopo oltre 55 anni di attività prestigiosa, resta pur sempre un grande del Cinema e questo suo ultimo lavoro anche se discontinuo e distaccato è comunque coerente con la sua storia di qualità, eleganza e tensione. Dunque, non un’opera maggiore ma un dignitoso thriller psicologico in cui il regista, agendo su vari piani narrativi, punta più al “come” si son svolti i fatti raccontati, piuttosto che alla loro “logicità”, con una conclusione spiazzante che nasce dalla follia creativa, incontro fra illusione e realtà.

data di pubblicazione:07/02/2018


Scopri con un click il nostro voto: