IL MIO GODARD di Michel Hazanavicius, 2017

IL MIO GODARD di Michel Hazanavicius, 2017

Michel Hazanavicius, poliedrico e talentuoso regista e sceneggiatore, dopo i premi vinti a Cannes nel 2011 ed i cinque Oscar nel 2012 per The Artist, torna nuovamente sugli schermi con Il mio Godard. Il film già dal titolo potrebbe sembrare uno di quei prodotti di genere che gli Americani definirebbero come biopic, ma non è affatto così: è qualche cosa di ben più raffinato, che potremmo definire un falso biopic, o meglio, una sottile ed impertinente commedia, venata di ironia, charme e humour intelligente tipico del miglior Hazanavicius.

Il mio Godard è un perfetto equilibrio fra omaggio e delicata desacralizzazione dell’icona Godard, il maestro principe della Nouvelle Vague, regista politicamente arrabbiato ed impegnato; contemporaneamente, è anche una frizzante ed ironica sottolineatura dei difetti e contraddizioni del Godard uomo con tutte le sue caratteristiche ed egocentriche debolezze, ispirato alle vicende reali riportate nel libro autobiografico della ex moglie nonché musa del regista. Un sapiente collage di momenti seri e faceti della sua vita, un ritratto sia aspro, sia affettuoso.

Siamo a Parigi nel biennio 1967-1968, Godard (interpretato dal talentuoso Louis Garrel) sta girando La Chinoise con protagonista l’amore e musa del momento: Anne Wiaremsky (la brava e delicata Stacy Martin). Sono entrambi felici, lei ha quasi 20 anni, lui 37, sono innamorati, seducenti e sedotti, l’uno della bellezza e dolcezza di lei, l’altra del fascino intellettuale del regista e dell’uomo. Si amano, convivono, e si sposano. Il film però, alla sua uscita è un fiasco totale, sia di critica, sia di pubblico. La dura realtà, l’imprevisto insuccesso, mettono in crisi profonda il regista.Da un punto di vista artistico Godard pone in dubbio le proprie capacità ideative, realizzative e tutto il senso ed il valore delle opere prodotte fino a quel momento.

Da un punto di vista privato, le sue incertezze e, contemporaneamente il suo ego smisurato e narcisistico, incrinano nel profondo la sostanza del suo rapporto affettivo con la moglie, compagna, musa ed attrice.

Con l’esplosione poi del Maggio Francese nel 1968, con tutte le sue esasperazioni rivoluzionarie, culturali, sociali ed artistiche, Godard, ormai in piena crisi, si trasforma profondamente da artista innovativo di avanguardia in un regista con forte connotazione politica estremistica, rivoluzionaria e “maoista”. Ormai si è posto fuori e contro tutto il sistema artistico e politico, è ormai un militante ed attivista tanto incompreso quanto incomprensibile ai suoi stessi amici, ai colleghi, ai collettivi studenteschi ed al pubblico.

Hazanavicius ci restituisce con tenerezza ed un sotterranea malinconia, in ogni più minimo dettaglio, anche con un voluto uso del technicolor per meglio renderci i colori netti del cinema di quegli anni, l’epoca, i luoghi e le atmosfere di quelle settimane esaltanti di Parigi.

Guarda, con tutta la tenerezza di chi, 50’anni dopo, sa come sono andate le cose, i sogni rivoluzionari, le affermazioni contro la Società, il mito del maoismo egalitario e salvifico per cui Godard lotta e sogna.

Il film procede con un ritmo leggero, quasi senza prendersi troppo sul serio, quasi ammiccando allo spettatore. E proprio questa ricercata leggerezza narrativa, tra l’insolente e l’affettuoso, tra il divertito ed il divertente è la vera chiave narrativa con cui si deve leggere tutta l’opera. Pellicola intelligente, frizzante che ci fa pensare che un film d’Autore può e, non deve aver vergogna di essere, anche un gradevole divertimento.

data di pubblicazione:12/11/2017


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WHO WE ARE NOW di Matthew Newton, 2017 – Selezione Ufficiale

WHO WE ARE NOW di Matthew Newton, 2017 – Selezione Ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

Beth (Julianne Nicholson) è uscita anticipatamente di prigione per buona condotta, dopo aver scontato una pena di 10 anni per omicidio colposo causato durante una rapina. Il suo unico pensiero è cercare di riavere o, almeno, poter vedere liberamente il suo bambino che, dato in custodia alla sorella ed al cognato subito dopo la nascita, oramai la crede sua zia perché gli è sempre stata nascosta la verità. La sorella si oppone però con assoluta fermezza e freddezza anche ad una custodia parziale o a qualsiasi altra concessione a favore delle richieste della vera mamma.

Beth non può accettare di rinunciare al suo unico sogno e, quindi, con ogni mezzo cerca di trovare un lavoro stabile per riuscire a reintegrarsi nella Società. Affronta con coraggio e determinazione gli ostacoli, i pregiudizi e le umilianti prevaricazioni di chi non ha scrupoli ad approfittarsi del suo stato di bisogno. L’incontro con una giovane e determinata avvocatessa, idealisticamente impegnata in uno studio legale che assiste gratuitamente le persone prive di mezzi economici, ridà vita alle sue speranze e la determinazione ad usare ogni mezzo per ottenere, per vie legali, la possibilità di vedere il figlio. Contemporaneamente, la solitudine di Beth ed il muro dietro cui  difende sé ed i propri sentimenti, sembrano cautamente aprirsi, dopo un primo incontro occasionale, ad un rapporto sentimentale vero.

Who we are now, già presentato al Festival di Toronto, come film indipendente, è il quinto film del giovane autore e regista australiano Matthew Newton. Con quest’opera il regista intendeva evidenziare l’impegno e la possibilità degli individui qualsiasi, delle persone normali, di ritrovare la fiducia in se stessi e nella società, e di riuscire a recuperare gli errori commessi cominciando a credere in un nuovo possibile futuro. Intenzioni e risultati non riescono però a coincidere del tutto. Nel film si incrociano infatti troppe storie appena accennate o non adeguatamente sviluppate ed integrate fra loro, facendo così perdere in parte valenza e spessore comunicativo alle intenzioni del regista.

Il risultato finale è comunque un film di genere che si lascia certamente vedere, anche se a tratti il ritmo diviene discontinuo e scontato.

La protagonista, la graziosa Julianne Nicholson,(presente al Festival anche fra le interpreti di I, Tonya), qui alla seconda collaborazione con il regista, è indubbiamente attrice con ampia e positiva esperienza maturata in Laws & Orders ed in altre serie televisive di successo. Ha una bella maschera espressiva che fa ben intendere tutto il suo disagio e dolore interiore, ed è coadiuvata da un bel gruppo di altri professionisti, fra cui emerge Emma Roberts nel ruolo della giovane avvocatessa. Le loro buone prestazioni compensano le giovanili incertezze dello script e del regista.

data di pubblicazione:03/10/2017







THE ONLY LIVING BOY IN NEW YORK di Marc Webb, 2017 – Selezione Ufficiale

THE ONLY LIVING BOY IN NEW YORK di Marc Webb, 2017 – Selezione Ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

 The only living boy in New York di Marc Webb, talentuoso regista degli ultimi due Spiderman, prende il titolo da una canzone di Simon e Garfunkel che, con altre di Bob Dylan, fanno da splendida colonna sonora alla storia del giovane Thomas, interpretato dal promettente Calum Turner. Thomas, di ottima famiglia della Upper Class di New York, ha appena terminato gli studi e non sa ancora cosa fare della sua vita affettiva e professionale. La sua rettitudine lo fa però considerare dalla ragazza, con la quale pur avendo passato una splendida notte d’amore, solo come un ottimo amico con cui condividere soltanto platonicamente ogni tipo di comuni interessi.

 

Frastornato ed in crisi di prospettive, il giovanotto incontra casualmente un tipo misterioso, fascinoso e semialcolizzato. E’ il suo nuovo vicino di casa (Jeff Bridges) nel Lower Side di New York dove ha deciso di vivere lontano dai benestanti genitori. Lo sconosciuto, grazie al suo carisma ed al suo fare diretto, diviene ben presto il maestro di vita di Thomas e lo aiuta e consiglia soprattutto quando costui scopre casualmente che il padre (Pierce Brosnan), editore di successo, ha una relazione con la giovane ed affascinante Johanna  (la splendida Kate Beckinsale). Il mondo di Thomas crolla e, preoccupato per le reazioni che la madre, già emozionalmente fragile, potrebbe avere, decide di cercare di interrompere la storia entrando in contatto con la giovane donna. Coinvolto dalle circostanze o, forse, desideroso anche di rivalersi sul padre da cui non si è mai sentito amato ed apprezzato, anche lui finisce fra le braccia della bella ed intelligente Johanna.

Da questo punto in poi si mette in moto una concatenazione di eventi che cambieranno e sconvolgeranno, non necessariamente in negativo, la vita stessa di Thomas ed anche delle persone da lui amate e non. Il film si presenta quindi come un insolito triangolo amoroso inserito in una commedia garbata di gusto romantico, patinata, ben confezionata e ben recitata da interpreti di sicuro spessore. Di sfondo, un’accattivante, rarefatta e splendida New York, mai così affascinante dai tempi di W. Allen.

La pellicola di Marc Webb è poi anche un triangolo fra ideali romantici, intellettualismo “newyorkese” e realtà; ma è soprattutto un film sugli errori, le indecisioni che l’amore vissuto o non completamente, rifiutato o condiviso, idealizzato o nostalgico, può causare a noi stessi ed agli altri.

Purtroppo il gusto tutto americano di non voler lasciare i finali aperti, ma volere, al contrario, sistemare al giusto posto tutti i personaggi della commedia e riannodarne correttamente i fili delle loro vite, impone al film un Happy End non necessario e troppo sdolcinato, rappresenta una caduta di tono che allontana i personaggi da un loro spessore reale ed indebolisce la qualità del film.

Gli americani però sanno perfettamente che il grande pubblico ed il “botteghino” amano le belle storie in cui tutti “vissero felici e contenti”.

data di pubblicazione:01/11/2017







Ç’EST LA VIE! di Eric Toledano ed Olivier Nakache, 2017 – Selezione Ufficiale

Ç’EST LA VIE! di Eric Toledano ed Olivier Nakache, 2017 – Selezione Ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

“Se qualcosa può andare male, andrà male”. Si avvererà l’articolo 1 della legge di Murphy? Ç’est la vie! sembra infatti quasi voler rappresentare una scommessa, una sfida a questo assioma. Una sfida che si gioca fra sorprese e colpi di scena durante i vari preparativi del ricevimento e della festa per il matrimonio di Pierre ed Elena.

 

La giovane coppia ha deciso di celebrare in grande stile le proprie nozze in uno splendido castello del XVII sec., sito non molto lontano da Parigi e, per organizzare al meglio tutto quanto necessario per i festeggiamenti, si sono affidati al migliore organizzatore di eventi. Max (J. Pierre Bacrì), con un’esperienza ormai trentennale nel campo, è in assoluto il migliore organizzatore di feste, cerimonie e rinfreschi. E’ lui che coordina il tutto in ogni dettaglio, cura la decorazione floreale, provvede al catering con la sua squadra di cuochi e di camerieri, è lui che ha consigliato il fotografo Guy (J. Paul Rouve) ed è ancora lui che ha scelto l’orchestra ed il cantante ed entertainer James (Gilles Lellouche ). Sono tutti i “migliori professionisti” che si possano trovare nei rispettivi ambiti.

In breve, dunque, gli elementi necessari perché  i festeggiamenti riescano perfetti in ogni loro minimo dettaglio, sono stati già studiati, previsti e predisposti. Andrà tutto bene o scatterà la legge di Murphy?

Con Ç’est la vie!  i due registi Eric Toledano ed Olivier Nakache, dopo il trionfo del loro Quasi Amici ritornano  sugli schermi con un’opera perfetta che li conferma, senza alcun dubbio, ancora una volta, come i Maestri della Commedia. Di quella Commedia à la française con un gradevole misto di dolce ed amaro, dotata di quel tocco di classe e garbo in più che la rende apprezzata da ogni tipo di spettatore.

I registi si soffermano e ci fanno scrutare, ora per ora, tutto ciò che avviene “dietro le quinte” fra tutti gli addetti alla realizzazione dell’evento, durante i vari preparativi preliminari e poi durante la festa. Un “dietro le quinte” osservato con lo sguardo di quelli stessi che vi lavorano e sono impegnati allo stremo a superare tutto ciò che non va come dovrebbe andare. Come nei peggiori sogni, tutto ciò che non dovrebbe mai succedere sembra invece succedere, in una concatenazione di eventi che, ogni volta, sembrano condurre la festa sull’orlo di divenire un incubo. Il peggior incubo di ogni organizzatore di eventi.

Ç’est la vie! è un piccolo gioiello, del tutto privo di tempi morti e false note, un film corale, una galleria di ritratti feroci e teneri dominata dal grande Jean Pierre Bacrì al sommo della sua capacità artistica ed espressiva. E’ lui il fil rouge che lega tutti i personaggi le cui vicende personali e professionali si intrecciano e si sciolgono nel succedersi incalzante degli eventi. Attorno a lui una bella galleria di ritratti con attori  che recitano tutti  con talento. Fra i tanti spiccano Gilles Lelouche  e, in un ruolo un po’ secondario, quell’eccellente attrice che è Suzanne Clement.

I due registi dominano perfettamente ed armoniosamente i tempi ed i ritmi in un crescendo continuo di dialoghi spiritosi e frizzanti e, talora, anche esilaranti. Dialoghi ovviamente cesellati al dettaglio, battute veloci e pungenti, perfettamente inserite in una messa in scena precisa che ben adatta ed integra il susseguirsi delle varie situazioni con un garbo ed un gusto assai ricercati. Non manca, a tratti, un tumulto di pura follia che aiuta però a rendere ancora più dolce e gradevole l’intero spettacolo.

Dunque, un bel film gradevole come una bella boccata d’aria fresca pulita e … gioiosa. … Che ci volete fare?… Ç’est la vie!








TOUT NOUS SEPARE di Thierry Klifa, 2017 – Selezione Ufficiale

TOUT NOUS SEPARE di Thierry Klifa, 2017 – Selezione Ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

In una piccola cittadina sulla costa francese una madre e una figlia vivono in simbiosi quasi perfetta. La prima, fredda e ostinata, usa ogni arma a disposizione pur di proteggere la figlia, reduce da un incidente in cui è rimasta seriamente menomata, legata sentimentalmente ad un balordo violento. A seguito della brutale morte del giovane, le due donne dovranno sottostare a tutta una serie di ricatti.

Solo Chabrol ha saputo offrire un ritratto efficace della media borghesia, della sua accanita difesa dei propri “valori” e della vita ristretta e chiusa nella provincia. La piccola città, la casa, la famiglia sono i luoghi ed i motivi per cui si consumano delitti, si mente e si nascondono gli armadi pieni di scheletri da non far conoscere al di fuori. Purtroppo il regista Thierry Klifa non è Chabrol, né si avvicina ad esserlo, pur impegnandosi ad illustrare un ambiente di una piccola cittadina di mare, con la famiglia medio borghese da una parte e un mondo, con un piccolo sottomondo malavitoso, dall’altra. Al centro della storia ci sono una madre (Catherine Deneuve), vedova benestante di un operatore portuale la cui fiorente attività ha poi preso in mano, e la figlia (Diane Kruger), con una gamba segnata da un incidente che la rende claudicante e dolorante per i postumi e, di conseguenza, divenuta progressivamente tossicodipendente.

La madre è una donna volitiva che, come dice lei stessa, è forte per istinto di conservazione di ciò che è suo, la casa, i mobili, il denaro, l’impresa di famiglia e l’unica figlia, con la quale ha un rapporto altalenante, lacerato fra momenti di dolce e tenero accudimento dei dolori causati dall’infermità e dalle sostanze assunte, e momenti di contrasto per la sua condotta troppo libera e per la sua dipendenza. La giovane figlia, segnata dall’invalidità e dal bisogno di droghe, cerca amore, affetto e protezione legandosi, in una contorta relazione fatta di desiderio fisico, violenza e soprusi, con piccolo balordo e spacciatore che la usa, la rifornisce e le spilla denaro in continuazione. Il film potrebbe divenire un noir oppure un poliziesco, o, come dicono i francesi, un polar. In realtà non assume un tono specifico fermandosi ad essere solo un film di genere in cui si inquadra, da una parte il disagio sociale  e la rabbia delle frange marginali e dei giovani delle periferie, dall’altra le ipocrisie di certi ambienti disposti ad ogni menzogna e compromesso pur di salvaguardare se stessi, perdendo ritmo e mordente e tendendo a ripetersi in attesa di un evento risolutore. Tout nous sépare gira un po’ su se stesso ed è retto dall’interpretazione della Deneuve che sa dipingere con classe gli impacci, gli imbarazzi e la determinazione di una madre pronta a tutto pur di salvare la figlia, senza badare a nessun compromesso che si presenti necessario. La sua recitazione, sia pur molto credibile, non basta però a rendere il film completamente convincente.

data di pubblicazione:29/10/2017