L’HOMME FIDÈLE di Louis Garrel, 2019

L’HOMME FIDÈLE di Louis Garrel, 2019

Abel (Louis Garrel)e Marianne (Laetitia Casta) sono separati da più di otto anni. Si ritrovano al funerale del migliore amico di lui, l’uomo per cui lei lo aveva lasciato. Tornano insieme, ma il tempo è passato e le cose son molto cambiate: c’è il piccolo figlio di lei che semina dubbi sulla morte del padre e, c’è soprattutto la giovane e bella Eve (Lily-Rose Depp) da sempre innamorata di Abel.

 

A conferma della poliedrica ricchezza e vivacità creativa e realizzativa del Cinema Francese e della capacità dei suoi giovani autori di saper rappresentare tutte le variegate sfaccettature della realtà sociale e culturale del Paese, siamo passati dalle emarginazioni e preoccupazioni sociali di Les Invisibles di cui abbiamo già scritto, alla rappresentazione di un altro aspetto della realtà francese: quel certo mondo tutto e proprio parigino con personaggi belli e brillanti, presi fra problemi d’amore, appartamenti e lavori di prestigio e locations da cartolina della città. A tal proposito, abbiamo visto ieri in anteprima nazionale, in occasione di questa IX edizione del Festival del Nuovo Cinema Francese, L’homme fidèle, l’opera seconda di L. Garrel, giovane e già affermato attore, dotato di talento vivace, geniale figlio d’arte nonché marito di Laetitia Casta (cos’altro di più?). Il talentuosissimo Garrel, con questo suo nuovo film di cui è tutto: cosceneggiatore, attore e regista, mette in scena le vicende di un uomo combattuto ed incerto fra le strategie amorose di due donne, incapace di fare le proprie scelte e che si affida al Destino pronto a farsi prendere da colei che l’ama di più. Un triangolo amoroso assai complicato in cui l’alter ego del regista: Abel, sembra una marionetta contesa nel gioco d’amore. Uno studio sentimentale ben cesellato, un gioco di manipolazione intrigato ed intrigante dai risvolti noir, al cui centro è un piccolo uomo apparentemente goffo, innocente e fedele, affascinato dalle donne e dall’eterno mistero femminino, e, nel contempo, incapace di comprenderle e di capire come poter essere amato da loro.

Figlio di un grande regista della Nouvelle Vague il giovane cineasta ci regala un film in cui umori, sapori e tocchi ricordano scientemente e maliziosamente proprio la Nouvelle Vague: il modo stesso di filmare, l’uso della voce fuori campo, le riprese in esterno lungo le strade di Parigi, l’alter ego che ricorda tantissimo l’Antoine Doinet, alter ego di Truffaut, le varie situazioni, il triangolo amoroso… Citazioni e rimandi a non finire, che fanno la gioia dei cinefili. Una Nouvelle Vague però rivisitata, modernizzata con accenti più ironici e comici che non seri, una variazione sui problemi amorosi resa attuale e fatta con il gusto per l’assurdo, un bel po’di humour ed una falsa suspense. In buona sostanza il regista dimostra di saper attraversare abilmente tutti i generi: dalla commedia di costume al thriller fino alla commedia romantica, con un tocco di maestria e di gradevole furbizia, regalandoci alla fine un film brillante e malizioso, da gustare con piacere. Un film che, questione di ritmo, di atmosfere, di chimica visiva, si fa piacere subito, presentandosi con una sequenza iniziale folgorante che incanta lo spettatore e preannuncia ciò che sarà il film.

Garrel filma, come abbiamo detto, con eleganza, furbizia e malizia e con un tocco minimalista, senza enfasi, ma, in ogni caso è bravo e può permettersi di giocare a fare il piccolo Truffaut o a ricreare atmosfere sentimentali/letterarie alla Sautet, aggiungendoci anche un leggero profumo di W. Allen. Un bel gioco che ha anche il buon gusto, o l’intelligenza, di essere breve e di non fare troppo. Il film infatti dura solo un ora ed un quarto!

La gradevolezza del film è alimentata anche dalla recitazione degli interpreti, tutti nel loro giusto ruolo e felici di recitare e recitare bene. Dunque un film ben scritto, con dialoghi, come è tipico dei film francesi, intelligenti e finemente cesellati. Una delicata commedia romantica, leggera e piena di humour. Un piccolo bijou di cinema che fa venir voglia di continuare a seguire le vicende del suo attore regista e che è come un buon bonbon che si gusta e di cui si conserva un piccolo sapore di dolcezza e felicità, sognando di gustarne presto un altro ancora.

data di pubblicazione:07/04/2019


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LES INVISIBLES di Louis-Julien Petit, 2019

LES INVISIBLES di Louis-Julien Petit, 2019

Un centro di accoglienza per donne senza fissa dimora deve chiudere. Alle assistenti sociali che lo dirigono non restano che tre mesi per provare a reinserire nella Società le donne di cui si occupano. A questo punto ogni mezzo è utile, tutto è ormai permesso: equivoci, raccomandazioni, bugie, falsificazioni.

 

Ecco, in anteprima italiana, in occasione del IX Festival del Nuovo Cinema Francese iniziato il 3 Aprile, l’attesa “opera seconda” del giovane e brillante L. J. Petit. Un film che in Francia ha già avuto un eccezionale successo di pubblico ed anche di critica. Il regista lo potremmo definire un Ken Loach à la française. Come il suo modello inglese, si muove infatti nel solco della denuncia sociale, ma in modo molto meno tagliente e per così dire, meno vendicativo. Il suo è infatti uno sguardo lucido ma al contempo più tenero, in una fusione fra sorrisi, risate e lacrime, sull’incapacità della Società contemporanea di prendere in considerazione e di avere cura dei più fragili e degli emarginati, gli “invisibili”.

Dunque una commedia sociale che descrive, con humoure tenerezza e con pari realismo ed accenti di verità, la vita quotidiana di un centro sociale, di un gruppo di donne emarginate e delle loro assistenti sociali e del loro impegno davanti alle necessità. Una cronaca sociale tutta al femminile piena di ironia e speranza per rendere omaggio e dare voce sia alle donne di cui la Società si è dimenticata o vuole dimenticarsi, sia a quelle che provvedono a soccorrerle e cercano di reintegrarle e renderle di nuovo “visibili”.

L’abilità del regista, malgrado la serietà del tema trattato ed i rischi connessi, è proprio nel saper solo sfiorare, senza impelagarcisi, la demagogia, il buonismo, e, nel saper restare sempre ben lontano da approcci moralistici o dall’impegno militante, dandoci però ugualmente una dimensione vera, intelligente e toccante della Realtà. Un giusto e pudico dosaggio fra momenti intensi e struggenti di verità e momenti di autoironia, in cui l’ironia e lo humour sono scientemente il mezzo più efficace per superare le difficoltà. Il buon umore dunque quale alimento nutriente per dare energia alla speranza di farcela nonostante tutto, e dare forza anche alla solidarietà di gruppo.

Sostenuto da una buona sceneggiatura che compensa qualche momento morto nella narrazione, e, a voler proprio essere ipercritici, qualche piccolo eccesso di buoni sentimenti ai limiti quasi dell’autocompiacimento, il film nel complesso funziona bene e procede con ritmo sostenuto appoggiandosi ad un cast composito, e, soprattutto, ad un gruppetto di attrici di talento, giuste e tutte formidabili ed autentiche nei loro diversi ruoli.

Les Invisibles, pur nella differenza di gusti ed abitudini fra il pubblico francese e quello italiano, giustifica in parte il successo riscosso in patria, è un film certamente non nuovo ed originale, ma di sicuro intelligente, impegnato, toccante e molto realistico senza però essere pesante né tantomeno ingenuo. Un film in cui il regista amalgama abilmente toni drammatici e leggeri in una riuscita fusione di generi fra il realismo ed il mero racconto.

data di pubblicazione: 5/04/2019


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IX FESTIVAL DEL NUOVO CINEMA FRANCESE

IX FESTIVAL DEL NUOVO CINEMA FRANCESE

Ha preso il via dal 3 all’8 Aprile, ancora una volta, Rendez Vous, il Festival del Nuovo Cinema Francese. L’iniziativa, come l’anno passato, si svolgerà a Roma presso il Nuovo Sacher e presso la sala cinema dell’Istituto Francese di Roma per poi partire e toccare con anteprime, focus e presenze degli stessi autori, anche varie altre città: Milano, Firenze, Napoli e Palermo.

L’iniziativa è ormai divenuta un appuntamento fisso di Primavera con il Cinema Francese in Italia e ci offre l’opportunità di scoprire alcuni dei nuovi film francesi di successo, di cogliere le nuove tendenze ed anche di incontrare i nuovi protagonisti della cinematografia d’oltralpe.

Questa IX edizione avrà un focus speciale sulla produzione di Jacques Audiard, pluripremiato ed acclamato autore e regista che, fra l’altro, presenterà personalmente, in anteprima nazionale, il suo ultimo ed insolito lavoro in lingua inglese: il western The Sisters Brothers, vincitore del Leone d’Argento all’ultimo Festival di Venezia e di ben quattro Césars in Francia. Un western atipico ed anomalo, con un ricco cast hollywoodiano, che l’autore decodifica radicalmente, sublimando il genere fino a farne una insolita saga ricca di gusto e di humour, con buona pace degli amanti del western classico.

A parte l’incontro con Audiard, la rassegna è, ancora una volta, l’occasione, anzi l’opportunità per gli amanti del Cinema e di quello Francese in particolare,di seguire gli sviluppi più recenti di una cinematografia vitalissima per produzioni, pubblico, qualità, incassi ed apprezzamenti internazionali. Anche l’anno passato gli indici del cinema francese non hanno conosciuto flessioni, e, tutto conferma il suo stato di ottima salute nonchè la validità delle politiche governative di sostegno alla produzione ed alla distribuzione ormai in funzione già da vari anni. Se ce ne fosse bisogno ne sono una conferma anche i tanti film francesi di qualità che sono passati, in taluni casi hainoi troppo velocemente, sui nostri schermi, al punto che si avvicinano quasi a competere con gli USA la graduatoria per numero di film stranieri distribuiti in Italia.

Filo conduttore dell’intera rassegna, pur nella diversità artistica è la capacità autoriale dei giovani cineasti di saper conciliare le esigenze del Vero con il Racconto nei vari generi narrativi. Ricca ovviamente la presenza dei giovani autori e soprattutto delle autrici. La significativa presenza di quest’ultime intende sottolineare quanto l’autorialità e la rilevanza dei ruoli femminili nella cinematografia francese siano ormai una costante di rilievo a differenza purtroppo di quanto avviene in Italia.

In questo contesto, fra i vari incontri con autori, registi ed interpreti, saranno presentati, nelle molteplici proiezioni giornaliere, una ventina di film di cui, oltre a quelli di Audiard, vi segnaliamo quelli di cui è prevista un’uscita sui nostri schermi: Les Invisibles, una commedia corale tutta al femminile, campione di incassi in patria; Tout ce qu’il me reste de la révolution, brillanti ed argute riflessioni di una ragazza nata “troppo tardi”, sull’eredità del Sessantotto nelle nostra quotidianità; l’attesissima opera seconda del giovane e talentuoso regista ed attore Louis Garrel che unitamente a Laetitia Casta, sulle lontane orme di Truffaut, ci racconta dell’amore e delle donne L’Homme fidèle ; ed infine, per chi ama il genere, il discreto thriller Le chant du loup.

data di pubblicazione:04/04/2019

IL CORAGGIO DELLA VERITÁ di George Tillman Jr., 2019

IL CORAGGIO DELLA VERITÁ di George Tillman Jr., 2019

Starr (Amandla Stenberg) è una 16nne afro-americana, vive due vite. La prima nel suo quartiere periferico ed emarginato dove la maggior parte delle persone sono nere e povere e dove dominano le gang e le droghe. La seconda è invece nel suo ambiente scolastico in uno dei migliori istituti privati della città ove l’hanno iscritta i genitori per darle migliori opportunità e dove il contesto è bianco e ricco. Non è facile per la ragazza vivere in equilibrio in questi due mondi così lontani e diversi fra loro. Un giorno, dopo una festa da vicini di casa, un suo amico d’infanzia viene ucciso senza aver fatto nulla da un poliziotto bianco. Starr è l’unica testimone, gli equilibri saltano ed inizia per lei un viaggio di scoperta di se stessa, delle sue convinzioni, appartenenze e verità …

 

 

Tillman è un affermato sceneggiatore e discreto regista americano che ha esordito nel 2000 con Men of honor e ci regala oggi un’opera forte, evocativa e bella, tratta da un romanzo di successo di pari titolo di A. Thomas. Un film che può sembrare essere solo una storia di crescita e formazione giovanile, un teen-movie sui problemi amorosi adolescenziali, in realtà il regista sa andare ben oltre lo spirito narrativo di cornice e realizza un lavoro che parla non solo ad un audience giovanile ma anche ad un pubblico adulto di tutte le età. Difatti, sia pure dalla prospettiva di una giovane, ci fa riflettere tutti su: dignità dell’individuo, forza della verità, solidarietà familiare, giustizia sociale ed identità individuale e collettiva.

Starr è una ragazza che è alla ricerca del suo “essere chi” e scopre ciò in cui credere e ciò che effettivamente è, solo dopo una presa di coscienza di se stessa davanti alla brutalità della polizia, del razzismo e della violenza di ogni tipo. Tutto il film è in perfetto equilibrio fra mondo scolastico e storia individuale da una parte, e mondo emarginato e dramma sociale dall’altra, senza sacrificare mai spazio e qualità di nessuna delle due parti. La narrazione è supportata da una buona sceneggiatura dietro la quale si vede tutta la forza del libro da cui è tratta, i dialoghi sono ben definiti e realistici, il ritmo è costante senza pause o cedimenti. La regia sa poi abilmente alternare momenti di allegria o leggeri con svolte drammatiche, sentimenti di dolcezza e rabbia individuale con sentimenti di commozione e rabbia collettiva. La composizione del cast, come tipico delle produzioni americane, è perfetta fin nei ruoli più marginali. Emerge su tutti, e, praticamente, illumina il film con la sua bellezza e con il suo splendido sorriso, la giovanissima e talentuosa Stenberg. La sua interpretazione ha una forza creativa che cresce in capacità e profondità in ogni scena, cesellando con intensità il suo personaggio. Nel ruolo del padre giganteggia Russel Hornsby.

Il film di Tillman è senza dubbio un film da vedere e da godere, uno dei suoi migliori. Un film che è anche fortemente rappresentativo della realtà odierna della comunità nera degli Stati Uniti, stretta fra una nuova auto rappresentazione di se stessa sul piano della famiglia, della comunità, delle nuove generazioni e, di contro, la permanenza di vecchi pregiudizi e mai scomparsi razzismi. Un film che è uno sguardo giovane, fresco e consapevole su tale realtà e che merita tutta la simpatia, l’empatia e gli apprezzamenti dello spettatore. Decisamente un bel film.

data di pubblicazione:15/03/2019


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I VILLEGGIANTI di Valeria Bruni Tedeschi, 2019

I VILLEGGIANTI di Valeria Bruni Tedeschi, 2019

L’istante in cui una coppia si spezza… Anna (Valeria Bruni Tedeschi) è stata lasciata dal compagno (Riccardo Scamarcio) appena pochi attimi prima che lei vada a richiedere un finanziamento per il suo nuovo film e si metta poi in viaggio per riunirsi, come tutte le estati, al resto della sua vasta famiglia nella grande casa in Costa Azzurra.

 

Anche questo quarto film della Bruni Tedeschi, presentato fuori concorso all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ritorna, quasi riprendendo il filo interrotto nella sua precedente opera Un Castello in Italia del 2013, sul tema familiare e sulla figura del fratello scomparso nel 2006. L’artifizio è il classico film nel film. É difatti nella grande magione altoborghese di famiglia che Anna cerca, pur fra le variegate ed ingombranti presenze dei parenti: la figlia, la sorella con il marito, la madre, la zia, altri amici, segretarie e dame di compagnia, nonostante l’assenza del compagno il cui arrivo è costantemente sollecitato e sperato, prova, dicevamo, a ritrovare se stessa, ad uscire dalla sua confusione emotiva, affettiva e creativa, cercando una ispirazione per riuscire a scrivere la sceneggiatura del suo esile film autobiografico. Nella villa sono tanti, ai familiari si aggiungono ed intrecciano le storie della servitù, un incrocio di storie, di relazioni, fra i “piani alti” ed i “piani bassi”, quasi come in un film di Altman. Nonostante tutto questo cercarsi, parlarsi, incontrarsi, il vero elemento dominante in tutti i piani della villa è però la Solitudine. La solitudine delle occasioni perdute e sprecate e, con essa, la Paura e quindi le speranze residue, le illusioni, i desideri e gli amori tanto agognati quanto frustrati. Con tutto ciò il Tempo, quel tempo che inesorabilmente scorre e porta via i sogni ed infine la Morte che appare e scompare con il tempo stesso. La Bruni Tedeschi ha ormai un suo proprio stile sia come attrice sia come regista. Può essere tanto allegra, leggera, eterea, delicata, nevrotica, quasi evanescente, quanto anche precisa e tagliente. Questo suo film è ironico, tenero, ingenuo e paradossale, ma anche capace di far sorridere e commuovere senza cadere nella seriosità grazie al dono dell’autoironia con cui la regista descrive se stessa e quello che è stato, e forse ancora è, il suo ambiente familiare altoborghese franco-italiano. Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte è molto gradevole ed elegante nell’alternarsi ed intrecciarsi ironico delle storie fra servitù e padroni, poi rallenta un po’ per tornare a recuperare brillantemente in un finale onirico-felliniano sincero ed appassionante.

La Tedeschi è aiutata e circondata dai suoi veri familiari: la madre, la zia e la figlia ed anche da un affiatato gruppo di attori: l’ottima ed asciutta Valeria Golino nei panni della sorella, l’esperto P. Arditì perfetto nel ruolo del cognato ed inoltre uno stuolo di ottimi, direi magnifici, caratteristi francesi. Un piccolo ma gradevole film, una piacevole e garbata conferma da parte della Tedeschi, Forse la vita privata della privilegiata famiglia della Tedeschi potrà non interessare e probabilmente potrà anche infastidire, ma… se fosse tutto immaginario sarebbe un bel soggetto cinematografico.

data di pubblicazione:06/03/2019


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