BEAUTIFUL BOY di Felix Van Groeningen, 2019

BEAUTIFUL BOY di Felix Van Groeningen, 2019

Nic Sheff è bello, bravo e intelligente ed è circondato dall’affetto della sua famiglia benestante e liberal ma, dopo aver provato come tanti suoi coetanei, la metanfetamina, diventa totalmente dipendente da tutte le droghe possibili e immaginabili. La storia è il vero calvario cui si sottopone il giovane, ma anche la sua famiglia per tentare il problematico recupero. Come si dice in questi casi: tratto da una storia vera.

 

Beautiful boy è la dolcissima canzone di John Lennon dedicata al figlio Sean ed è anche un brano che si ascolta in sottofondo nel film di Felix Van Groeningen dal titolo omonimo. Anche nella pellicola si parla di un bellissimo ragazzo con dei problemi…

Già ammirato nei paesi di lingua inglese, il film di Van Groeningen, quarantaquattrenne regista e sceneggiatore belga (il suo Alabama Monroe del 2012 fu candidato agli Oscar), oltre a una buona storia tratta dalle biografie degli stessi reali protagonisti, David Sheff e Nic Sheff, ha l’indiscusso merito di proporre una recitazione “da Oscar” per gli attori: il padre (Steve Carrell) e il figlio (Timothèe Chamalet, già ammirato nel film di Guadagnino). La regia, pur solida, non mostra tracce di particolare originalità, attenendosi a uno stile sobrio e rigorosamente classico. Scelta forse meditata e voluta per una storia non originale, ma, purtroppo ancora attualissima in differenti realtà. Il regista sceglie di raccontarci quello che accade in una famiglia della middle class americana, aperta e felice prima della scoperta della “tossicità” del loro bellissimo e apparentemente bravissimo Nic. Nel film viviamo con il padre, la madre (Amy Ryan) e la seconda moglie di David (l’intensa Maura Tierney), le innumerevoli “guarigioni e ricadute” del giovane. Più volte ci illudiamo che dopo cliniche riabilitative, ripensamenti, ansie, paure, pentimenti, rischi di overdose, il ragazzo sia finalmente uscito dal tunnel della dipendenza, ma, per quasi due ore, si tratta solo di illusioni per la famiglia e per il pubblico. L’Happy end, però, giunge nel finale e sembra legato principalmente all’affetto ritrovato nel focolare domestico e alla nuova consapevolezza del giovane. Beautiful Boy, è nel complesso un buon film che, attraverso flash back, una narrazione solida e soprattutto una assai convincente prova di attori, offre uno spaccato realistico di un percorso doloroso, comune a tante famiglie. Certo la pellicola non entra nel merito di approfondimenti psicologici sulle motivazioni che portano alle dipendenze, ma si apre, e bene, ad esplorare il forte rapporto affettivo padre-figlio, cardine del film stesso, grazie – come detto – alle notevoli performances dei due attori, dove Steve Carrell è un padre decisamente credibile: lacerato ma mai melenso, sempre nelle righe nel dolore come nei suoi entusiasmi, e Chamalet è al pari perfetto, sia nei momenti più drammatici, sia in quelli gioiosi e persino poeticamente dolci (come nei giochi con i piccoli fratellini nati dal secondo matrimonio del padre).

Dunque film che, pur alle prese con un tema non facile, risulta avvincente e mai noioso, accettabilissimo proprio perché privo di quella retorica che spesso è sottesa in pellicole similari.

data di pubblicazione:20/06/2019


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TUTTI PAZZI A TEL AVIV di Sameh Zoabi, 2019

TUTTI PAZZI A TEL AVIV di Sameh Zoabi, 2019

Salam, uomo senza qualità, fa il pendolare tra Gerusalemme e Ramallah (la capitale amministrativa dell’Autorità palestinese), dove lavora presso lo zio produttore televisivo palestinese adattandosi a qualunque necessità sul set di una soap opera anti israeliana che si realizza con pochi mezzi e grande successo di un pubblico trasversale. Senza volerlo e senza averne le capacità, finirà con diventare l’autore di Tel Aviv in fiamme trovando anche l’insperato amore in un finale ottimistico.

 

In tempi davvero grami per le commedie intelligenti, non fatevi sfuggire un piccolo gioiello, nel quale ci eravamo imbattuti nella sezione Orizzonti della 75° Mostra del Cinema di Venezia. Parliamo di Tutti Pazzi a Tel Aviv, una pellicola che ha il pregio di far divertire con garbo su un tema drammatico come il conflitto israelo-palestinese. La trama è un mix di spie, hummus, militari machisti, amori irrealizzati, set alla Boris, che si sviluppa dietro le quinte di una fiction dai grandi ascolti traslata nella la quotidianità di un paese diviso. Con tanto di check point che diventa luogo nevralgico delle vite dei protagonisti (avverranno lì gli incontri fra l’imbranato sceneggiatore palestinese e il militare israeliano pronto a ri-scrivere un soggetto che aggiunge romanticismo a quello che è il personaggio in cui si identifica nella fiction). Siamo quindi dalle parti, non nuove peraltro, del cinema nel cinema (nella fattispecie la tv), ma, il doppio piano è solo il riuscito pretesto per consentire al regista (nato nel 75 in un piccolo villaggio palestinese, Iksal), attraverso l’arma di un umorismo surreale e persino  kitsch, di suggerire soluzioni per una narrazione realmente diversa da quella delle pieghe del reale conflitto. La pellicola si concluderà infatti con un consapevole happy end, evidentemente, aperto al dialogo, tra i due popoli oggi contendenti. Riuscire a ridere e a far ridere alle spalle di una contesa fra le più laceranti dei nostri giorni è il grande merito di Sameh Zoabi, nella doppia veste di regista e sceneggiatore, alle prese con un plot e ingranaggi sempre fluidi e mai beceri, sempre in bilico e senza schierarsi mai troppo apertamente per una delle due parti. La trama è godibilissima e ricca di spunti originali sia pure all’interno di schemi comici già collaudati. Aiutano il regista interpreti ben caratterizzati nei rispettivi ruoli: su tutti il protagonista, Kais Nashif (lo spaurito Salam, che fa pensare al nostro Troisi), premiato come miglior attore a Venezia per la sezione Orizzonti, la bella Lubna Azabal (la fascinosa spia araba, finta francese) e Nadim Sawalha, il militare cialtrone. Gli altri comprimari (dai nomi complicati) non sono da meno, come pure montaggio, fotografia e colonna sonora a completare la riuscita messa in scena di una commedia, un ricco affresco, a tratti surreale ma sempre godibilissimo.

data di pubblicazione:24/05/2019


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NOI di Jordan Peele, 2019

NOI di Jordan Peele, 2019

La famiglia Wilson (genitori e due figli) appartenente alla borghesia afro-americana torna nella casa d’infanzia nella California del Nord, auspicando di trascorrervi una lieta vacanza estiva. Adelaide Wilson, però, ha un passato difficile alle spalle e un trauma irrisolto, legato proprio a un episodio accaduto nel Luna Park di Santa Cruz. La donna “sente” che qualcosa di terribile sta per accadere e la sua ossessione trova l’incredibile e angosciante risposta al suo ritorno da una intensa giornata al mare…

           

Su Noi, la critica americana si è sbizzarrita nel leggervi significati ben oltre una semplice fruizione di un film di genere. Tale stampa “entusiasta” ha ritenuto la seconda prova di Jordan Peele (New York 1979) di non facile classificazione e migliore del già acclamato Scappa-Get Out. Come già per il suo primo film, infatti, solo apparentemente si è parlato di un horror tout court, quindi pellicola di genere, ma, in realtà, intendendo anche altro. Se Get Out, premiato con gli Oscar per la migliore sceneggiatura originale, era stato definito un “thriller a sfondo politico e anti-razziale”, Noi, a parte la maggiore adesione all’horror nella sua migliore accezione, se vogliamo, è stato letto come horror contaminato con la psicanalisi (il tema del doppio malefico). Atteso alla fatidica seconda prova, Peele non delude e conferma tutto il suo fantasioso talento regalandoci una storia inquietante, curiosa e originale (una mamma che cerca di mettere in salvo la propria famiglia in un Paese invaso da “doppelganger” assetati di sangue umano…) in cui, come si dice banalmente, c’è tanta roba! (troppa?) Tutti gli stilemi del genere horror sono rispettati appieno: la suspence, il commento musicale in crescendo (inclusa una strepitosa Good Vibrations dei Beach Boys), il brivido, lo splatter, in un perfetto montaggio che amplifica al massimo gli intenti della sceneggiatura, disseminata di continui indizi (per esempio, il modo di parlare delle due donne che cambia di continuo…) che poi conducono alla sorprendente rivelazione finale, che, ovviamente si lascia agli spettatori. Forse alcuni dei riferimenti alla realtà statunitense possono sfuggire a noi europei (per esempio, l’evento Hands Across America, citato nei titoli di testa, iniziativa benefica del 1986 dove celebrità come Michael Jackson, Michael J.Fox e Ronald Reagan si tenevano per mano), certo il tema del razzismo, più evidente in Get Out, qui appare più sfumato a vantaggio delle differenze sociali ed economiche e dell’American Dream, ma il tema del doppio, la domanda su chi realmente noi siamo, su chi abbiamo vicino, la paura del diverso, sono i dubbi e le inquietudini che il regista sollecita di continuo e volontariamente lascia senza risposte. Va riconosciuto dunque che pur non trattandosi del capolavoro di cui parla una certa critica, siamo di fronte a un film horror assai ben fatto, un horror che stando al passo con i tempi, rivaluta il genere e pone alcuni quesiti legittimi sui destini dell’umanità. Fra gli spaventati e credibili attori, spiccano la brava Lupita Nyong’o (Adelaide Wilson), già premiata con l’Oscar per 12 Anni Schiavo e la “cattiva” Elisabeth Moss, entrambe nel doppio ruolo. Suggerimenti finali: per gli amanti del genere certamente da vedere, per tutti gli altri con cautela.

data di pubblicazione:14/04/2019


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THE MULE (Il Corriere) di Clint Eastwood, 2019

THE MULE (Il Corriere) di Clint Eastwood, 2019

Tratto da un articolo comparso sul New York Times, la storia è quella di Earl Stone, anziano floricoltore in disgrazia che, cooptato da un cartello di trafficanti, in virtù della sua abilità nella guida del suo pick-up (con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione e senza essere mai fermato dalla polizia), diviene un corriere della droga. Ovviamente ci saranno problemi…

 

  

È una storia vera e paradossale, trattata alla maniera dell’ultimo Eastwood, questo gigante della cinematografia, in grado a quasi novant’anni(è del 1930) di sfornare film e interpretazioni di costante altissimo livello. Da quando Sergio Leone lo scherniva dicendo che aveva solo due espressioni da attore “una col cappello e una senza”, l’affascinante cowboy nato nella serie tv Rawhide e assurto alla fama con i western all’italiana dello stesso Leone, ne ha fatta di strada raggiungendo vette autoriali e interpretative, assolute. Regista onnivoro, conservatore in politica, ma capace di trattare temi scomodi a livello sociale come neanche Dalton Trumbo, negli ultimi anni, Clint Eastwood, ha sfornato, da regista, autentici capolavori, cito a caso, le due pellicole su Iwo Jima, Gli Spietati, Mystic River e Gran Torino con il quale, idealmente, si collega il film in questione. The Mule, infatti, al di là della trama apparentemente “nera” (in fondo tratta di attività illegali) è una commedia o se preferite una tenera ballata e il vecchio Earl ricorda moltissimo l’anziano burbero di Gran Torino, questa volta, però, in salsa “light”. I toni prevalenti del film sono infatti leggeri, Clint/Stone, attempato floricoltore dell’Illinois, è una simpatica vecchia canaglia, innamorata più dei suoi fiori che della sua famiglia, ascolta musica country, la canticchia, fa il cascamorto con le donne a prescindere dall’età (sua e delle donne), appena può balla, scherza e gigioneggia. Non è però un personaggio positivo a tutto tondo: è egoista, un po’ vanesio, a volte cinico, e, torto più grave, nella sua lunga vita sa di essersi sistematicamente dimenticato di tutti gli eventi importanti di figli, nipoti e specialmente della devota moglie. Perchè parlare, allora, di commedia o di una ballata sentimentale e non di un noir, perché ad una lettura più attenta sono i temi drammatici a inserirsi in quelli soft della commedia e non il contrario. Anzi, se proprio vogliamo evidenziare difetti, in una pellicola che scorre fluida e leggera per buona parte della durata, questi sono legati alle virate sulle parti drammatiche o su quelle esageratamente “buoniste” (vedi l’incontro con l’agente della DEA o quello al capezzale della moglie morente), forse un logico dazio pagato alla non più giovane età del protagonista e francamente distonico rispetto all’andamento complessivo della pellicola, una sorta di tardiva redenzione …

La storia non è nuova, altri film e fiction (su tutte Breaking Bad) hanno affrontato storie vere e paradossali enfatizzandone il senso grottesco, ma la grandezza di Eastwood sta nell’apparente normalità con cui tratta un tema rischioso e in realtà drammatico come quello della droga e dei suoi cartelli. Ma lo fa, da par suo, con una leggerezza e un’ironia capaci ancora una volta di lasciare il segno. Il Corriere, forse non è un capolavoro, ma certamente un’occasione da non perdere per lo spettatore/trice anche e/o soprattutto perché la sola ingombrante figura del protagonista, alto, ancora bello, elegante, onesto nel non voler nascondere i segni del tempo, in termini di mera presenza scenica, sovrasta gli altri bravi comprimari, tra cui un asciutto Bradley Cooper (l’agente DEA) e una intensa Dianne Wiest (la trascurata moglie).

data di pubblicazione:10/02/2019


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IL COLPO DI SCENA di e con Carlo Buccirosso

IL COLPO DI SCENA di e con Carlo Buccirosso

(Sala Umberto – Roma, 15 gennaio/3 febbraio 2019)

Carlo Buccirosso interpreta il vice questore Armando Piscitelli, onesto paladino della giustizia in un commissariato di provincia. E’ spalleggiato da validi e fedeli collaboratori nella lotta al crimine, “la barbarie di tutti i santi giorni”. Non tutto andrà liscio fino al sorprendente… colpo di scena.

 

Carlo Buccirosso, in questi ultimi anni, sta raggiungendo il successo che merita. Attore poliedrico, ma anche autore, si divide felicemente ed equamente fra cinema (ora fa il Boss, ora l’amico affidabile, ora il piccolo truffatore) e il teatro leggero. Nell’occasione, però, ha scritto e interpretato un testo che in qualche misura può spiazzare i suoi più tradizionali appassionati. Il Colpo di Scena, è infatti quello che potremmo definire un thriller o per certi versi un divertente noir viste le implicazioni sociali e una certa durezza della narrazione in alcuni frangenti. Diciamolo subito, non è, quindi, una commedia classica, naturalmente la cifra stilistica è “alla Buccirosso” (ritmo e battute in rapida successione) ma, l’architettura dello spettacolo e gli intenti del regista non sono solo quelli del puro divertimento. In alcuni momenti, infatti, il vice questore Piscitelli (Buccirosso) ci va giù pesante e, a modo suo, lancia invettive contro il potere statale, la violenza contro le donne, la stupidità dei giovani schiavi delle mode, trasformandosi in una sorta di missionario votato a ripulire la terra dalla barbarie… in buona sostanza strappando risate ma invitando anche a riflettere … Lo spettacolo si divide in due atti ben distinti fra loro, nel primo ci troviamo in un piccolo commissariato di provincia dove l’integerrimo vice questore tiene a rapporto la sua squadra: l’ispettore Murolo, da lui tartassato perché “lecchino”, i rampanti giovani poliziotti, Varriale e Di Lauro, la sovrintendente Signorelli (“la Tettona”), affidabile e innamorata da sempre del suo capo. A parte la triste routine offerta della delinquenza spicciola, il vero nemico del vice questore è un tale Michele Donnarumma, personaggio forse losco che assurge a capro espiatorio e vittima predestinata del rigore maniacale del Piscitelli. Nel secondo atto, la scena si trasferisce nella casa di montagna dove vive il genitore del Piscitelli, ex colonnello dell’esercito afflitto da Alzheimer con a seguito badante guarda caso rumena!) e neurologa di fiducia. In quel contesto, avverranno eventi tali da minare le tetragone certezze del vice questore fino all’atteso, ma imprevedibile…colpo di scena, che, ovviamente, non si anticipa ai lettori-spettatori. Scritto, diretto e interpretato da Carlo Buccirosso, Colpo di Scena, è uno spettacolo realizzato attraverso un’abile regia, scenografie di buon impatto teatrale, dialoghi e personaggi ben caratterizzati.

Seppure un po’ schiacciati da un Buccirosso, autentico mattatore in scena, sono tutti bravi tutti gli interpreti, ottimi comprimari, tra gli altri : Gennaro Silvestro (il truce Michele Donnarumma), già ammirato nella fiction I Bastardi di Pizzo Falcone, Gino Monteleone (il tartassato ispettore Murolo), Elvira Zingone (la badante Gina), ma tutti e undici gli attori in scena, applauditi dal pubblico della Sala Umberto, in occasione della prima del 15 gennaio, hanno dato vita a un interessante progetto di teatro leggero, quindi popolare, ma al tempo stesso in grado di coinvolgere e far pensare a temi meno frivoli. Consigliato!

data di pubblicazione:16/01/2019


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