BEAUTIFUL BOY di Felix Van Groeningen, 2018

BEAUTIFUL BOY di Felix Van Groeningen, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Nic Sheff è bello, bravo e intelligente ed è circondato dall’affetto della sua famiglia benestante e liberal, ma dopo aver provato, come tanti suoi coetanei, la metanfetamina, diventa totalmente dipendente da tutte le droghe possibili e immaginabili. La storia è il vero calvario cui si sottopone il giovane, ma anche la sua famiglia per tentare il problematico recupero. Come si dice in questi casi: tratto da una storia vera.

 

Beautiful boy è la dolcissima canzone di John Lennon dedicata  al figlio  Sean ed è  anche un brano che si ascolta in sottofondo nel film di Felix Van Groeningen dal titolo omonimo. Anche nella pellicola si parla di un bellissimo ragazzo con dei problemi…

Già ammirato nei paesi di lingua inglese, il film di Van Groeningen, quarantaquattrenne regista  e sceneggiatore belga (il suo Alabama Monroe del 2012  fu candidato agli Oscar) oltre a una buona storia, tratta dalle biografie degli stessi  reali protagonisti, David Sheff e Nic Sheff, ha l’indiscusso merito di proporre una recitazione “da Oscar” per gli attori, il padre ( Steve Carrell) e il  figlio (Timothèe Chamalet, già ammirato nel film di Guadagnino). La regia, pur solida, non mostra tracce di particolare originalità, attenendosi a uno stile sobrio e rigorosamente classico. Scelta forse meditata e voluta per una storia forse non originale, ma, purtroppo ancora attualissima in differenti realtà. Il regista sceglie di raccontarci quello che accade in una famiglia della middle class americana, aperta e felice prima della scoperta della “tossicità” del loro bellissimo e apparentemente bravissimo Nic. Nel film viviamo con il padre, la madre (AmyRyan) e la seconda moglie di David (l’intensa Maura Tierney), le innumerevoli “guarigioni e ricadute” del giovane. Più volte ci illudiamo che dopo cliniche riabilitative, ripensamenti, ansie, paure, pentimenti, rischi di overdose, il ragazzo sia finalmente  uscito dal tunnel della dipendenza, ma, per quasi due ore, si tratta solo di illusioni per la famiglia e per il pubblico. l’Happy end, però, giunge nel finale e sembra legato principalmente all’affetto ritrovato nel focolare domestico e alla nuova consapevolezza del giovane. Beautiful Boy, è nel complesso un buon film che attraverso flash back, una narrazione solida e soprattutto una assai convincente prova di attori, offre uno spaccato realistico di un percorso doloroso, comune a tante famiglie. Certo la pellicola non entra nel merito di approfondimenti psicologici sulle motivazioni che portano alle dipendenze, ma si apre e bene  ad  esplorare il forte rapporto affettivo padre-figlio, cardine del film stesso, grazie – come detto – alle notevoli performances dei due attori, dove Steve Carrell è un padre decisamente credibile: lacerato ma mai melenso, sempre nelle righe nel dolore come nei suoi entusiasmi, e Chamalet, cui è facile prevedere una candidatura agli Oscar, è al pari perfetto, sia nei momenti  più drammatici, sia in quelli gioiosi e persino poeticamente dolci (come nei giochi con i piccoli fratellini nati dal secondo matrimonio del padre). Dunque, film pur alle prese  con un tema non facile, risulta avvincente e mai noioso, accettabilissimo proprio perché privo di quella retorica che spesso è sottesa in pellicole similari.

data di pubblicazione:23/10/2018








FAHRENEITH 11/9 di Michael Moore, 2018

FAHRENEITH 11/9 di Michael Moore, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Alla sua maniera, il regista americano racconta come vanno le cose nel suo Paese spostando la sua attenzione e invertendo le date dal terribile 11 settembre (le torri gemelle), l’l1/9 del suo precedente Fahreneith, premiato con la Palma d’Oro a Cannes, al 9/11 (giorno dell’elezione di Donald Trump a Presidente degli Usa). Nel suo lungo documentario mostra i tanti volti di un’America divisa e lacerata, con riferimenti al passato e ai tanti personaggi che la compongono, senza fare sconti ad alcuno.

 

Anche a Steve Bannon, non esattamente un radicale, piace Michael Moore, e non potrebbe essere diversamente, il regista nativo di Flint, Michigan, realtà che tante volte ritorna nelle sue pellicole come emblema della barbarie del capitalismo senza regole (in Roger&Me dell’89 era la General Motors a chiudere la fabbrica e gettare sul lastrico migliaia di persone con le loro famiglie, oggi è il governatore dello stato a consentire l’avvelenamento da piombo nell’acqua per gli abitanti, in maggioranza popolazione afro-americana, a causa di un nuovo acquedotto che pesca in un fiume tossico). In proposito, una scena illuminante è quella dell’ex presidente Obama, su cui fondavano molte speranze i cittadini di Flint che finge di bere l’acqua locale, sostanzialmente confermando la versione che si tratti di acqua non pericolosa per l’organismo, contro tutti i pareri medici e le tante malattie riscontrate in loco. Quindi, al di là di ogni possibile accusa di partigianeria politica, Moore ne approfitta per colpire violentemente lo stesso partito democratico, reo di aver abdicato ai temi sociali e popolari (boicottando Sanders, ritenuto candidato poco moderato) e, in pratica, ponendosi sullo stesso piano del partito di Trump. Trump che viene eletto fra lo stupore e la sorpresa generale di quasi tutti i media, ma non di Moore che girando per tutti gli stati americani aveva colto meglio le vere sensazioni della gente. Naturalmente, non è tenero verso il suo Presidente, dipinto per quello che è, un assai disinvolto imprenditore, un uomo volgare e decisamente impreparato e primo ad essere sorpreso dalla sua clamorosa elezione. Lo stile per narrare il tutto è quello provocatorio ma anche spesso decisamente ironico del regista. A volte si può non essere d’accordo con il suo grido rivoluzionario e trasgressivo, ma non si può non riconoscere una capacità indiscussa di catturare l’attenzione della gente con riprese e flash back di grande impatto. Quanto si vede, peraltro ribadito nella conferenza stampa, sta nelle due domande fondamentali che permeano l’intero godibile film : “come diavolo siamo finiti qui?” e “dove diavolo andremo a finire di questo passo?” Chissà se riuscirà a raccontarcelo prossimamente! Da vedere per riflettere ma sorridendo!

data di pubblicazione:21/10/2018








BLACKKKLANSMAN di Spike Lee, 2018

BLACKKKLANSMAN di Spike Lee, 2018

Ambientata negli anni a cavallo fra i sessanta e i settanta nella cittadina di Colorado Springs, la vicenda di Ron Stallworth è la storia vera di un giovane aspirante detective di colore che riuscì ad infiltrarsi con successo tra i membri del Ku Klux Klan con il supporto di un ufficiale di polizia ebreo.

 

Con un ardito paradosso si possono riscontrare nella cinematografia afro-americana sul razzismo gli stessi tratti della sinistra in politica, ovvero la tendenza a dividersi pur avendo in mente un fine comune. A sostegno della tesi, va il fatto che un regista come Spike Lee è stato più spesso applaudito dai bianchi statunitensi, ricevendo al contempo pesanti critiche dalla parte nera. “Il fardello dell’uomo bianco” è un vecchio problema e purtroppo non di ieri: le immagini finali del film, tratte da filmati originali girati a Charlotte l’estate del 2017, mostrano il raduno di nazisti e suprematisti bianchi che sfilano indisturbati con il reale commento di Donald Trump che ipocritamente ridimensiona il fenomeno. Ecco allora che, con il richiamo all’attualità, Spike Lee salda il passato dell’intrigante racconto con il presente che deve fare ancora i conti con un razzismo sempre vivo nel suo paese e non solo… Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes (Premio Speciale della Giuria), il film di Lee, non il primo sul tema (ricordo La Setta dei Tre K del 1951, quasi dimenticato, ma anche Mississippi Burning o il più recente Jasper Texas, la città dell’odio, solo per citarne alcuni) è il riuscito spaccato degli anni in cui c’era già stato Martin Luther King, l’omicidio dei Kennedy, le Black Panthers e un capo dell’FBI omofobo e razzista come Edgar Hoover. E Lee sceglie Colorado Springs, distante da Selma, Montgomery, Atlanta, dunque dagli stati più coinvolti nei fatti legati alla segregazione razziale, per ambientare a suo modo un film (la storia incredibile ma vera dell’agente nero che contatta al telefono un capo del Klan e del suo amico, detective bianco che realmente partecipa, sotto copertura alle riunioni del KKK, riuscendo a far arrestare i razzisti della zona) che è thriller, ma anche denuncia, che indigna, ma sa strappare risate, che fa riflettere ma sa farsi ammirare per il montaggio e le musiche, che ha, inoltre, negli interpreti (John David Washington,f iglio di Danzel e Adam Driver) un’altra riuscita freccia al suo arco. Con il suo talento al vetriolo Spike Lee confeziona un’analisi reale e visionaria allo stesso tempo scegliendo, volutamente toni non aspri, per riportare alla luce un tema drammatico e tristemente ancora attuale per quello che può dirsi uno dei suoi film più riusciti.

data di pubblicazione:07/10/2018


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LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO di Emanuele Scaringi, 2018

LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO di Emanuele Scaringi, 2018

Il film, presentato durante il Festival di Venezia nella sezione Orizzonti, segna la regia dell’esordiente Emanuele Scaringi, ma deve molto, almeno come idea di partenza, a Zerocalcare (al secolo Michele Rech) autore della graphic novel che ha ispirato la storia e collaborato alla sceneggiatura (con Valerio Mastandrea e Oscar Glioti). La pellicola è la storia del ventisettenne Zero, disegnatore di belle speranze che vive nel quartiere di Rebibbia, arrabattandosi con piccoli lavoretti di sostegno. A casa trova la sua coscienza critica nei panni di un surreale armadillo che lo tiene con i piedi per terra con i suoi consigli. La svolta nella sua vita avverrà in occasione della notizia della morte della sua giovane “vecchia amica” Camille, suo amore adolescenziale, che lo porrà difronte alle scelte importanti della vita.

 

Non saprei dire se i tantissimi appassionati dei fumetti di Zerocalcare hanno ritrovato nella versione cinematografica de La Profezia dell’Armadillo le stesse suggestioni della graphic novel, ma circoscritta al nuovo cinema italiano rivolto ai millennials, il film di Scaringi si presenta come operina fresca e di facile fruizione seppure non banale e, pregio non poco, mai volgare o compiaciuta. Il racconto scorre agile, alternando momenti di autentico divertimento ad altri più tristi e meditativi. Non era facile trasportare sullo schermo il diario a fumetti di Zero, ma l’operazione può dirsi parzialmente riuscita. Deve i suoi principali meriti alla buona sceneggiatura sottostante, ad un commento musicale robusto ma congruo (da Joe Strummer a Boris Vian, da Paradiso ai The Rapture) e, in special modo, ad uno stuolo di attori in ottima forma e mai sopra le righe, normale difetto di molte pellicole nostrane. In particolare, il protagonista, impersonato da Simone Liberati, trentenne attore di Ciampino, è impareggiabile nel mostrare fobie, tic ed idiosincrasie di Zero, ma è ben coadiuvato da altri giovanissimi di talento: l’amico “il secco” Slim (Pietro Castellitto), la dolce Camille (Sofia Staderini). In ruoli da adulti ritroviamo la delicata Laura Morante (la madre imbranata del protagonista), l’armadillo (Michele Aprea, irriconoscibile nella sua imbragatura) e due sportivi famosi: Vincent Candela (il padre di Camille) e Adriano Panatta in un divertente cameo autoreferenziale. Dunque, un buon esordio e certamente, nello stanco panorama nostrano, un’opera intelligente e vivace che piacerà certamente a giovani e giovanissimi (in fondo parla dei loro problemi!), ma che ha tutte le caratteristiche per farsi apprezzare anche da un pubblico più esigente.

data di pubblicazione:13/09/2018


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AMERICAN DHARMA di Errol Morris, 2018

AMERICAN DHARMA di Errol Morris, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Errol Morris, uno dei più importanti documentaristi d’oggi (già premio Oscar per The Fog of War, il film su Robert McNamara), intervista il suo ex compagno di scuola, Steve Bannon, a sua volta giornalista, produttore cinematografico e da ultimo, politico. Bannon è stato un, se non il primo, dei collaboratori di Trump, forse quello che maggiormente ha contribuito alla sua elezione a 47mo presidente degli Stati Uniti. Nella bella e aperta intervista, Bannon non si sottrae alle domande e parla a ruota libera e senza reticenze di fatti e persone della politica USA.

 

Ancora non si è capito se Steve Bannon fosse presente tra il pubblico della prima del documentario di Errol Morris, di certo la sua storia e il suo credo politico, avvicinato a idee che qualcuno definisce “populiste” è stato ben delineato in American Dharma. La definizione della parola viene chiarita da Bannon con riferimento a una pellicola di guerra o meglio di propaganda, Cieli di Fuoco, interpretato da Gregory Peck che, nel corso di una missione particolarmente rischiosa, realizza che il suo “dharma”, sostanzialmente una combinazione di senso del dovere, fatalità e destino, consiste  nell’informare i suoi uomini del rischio di morte che la missione comporta. Per l’ex ispiratore di the Donald (che di recente ha fatto a meno dei suoi servizi), ognuno segue il suo dharma, ognuno ha obiettivi e compiti da portare avanti. Trump, modestamente, nel 2016 si è sentito “il messaggero” di un cambiamento epocale (?) e per divenirlo, mancandogli quasi tutto (preparazione politica, cultura, stile) poteva riuscirci solo con l’aiuto di validi e “scafati” collaboratori, su tutti lui, Steve Bannon, uomo in grado di “sentire la pancia “ del popolo americano, stratega ora prudente ora aggressivo, insomma la guida giusta. Ma allora perché Bannon è scomparso dall’entourage del presidente?

Il filo conduttore dell’intervista (sono occorsi 16 ore di registrazione) scelto da Morris sono  i film hollywoodiani che Bannon ben conosce (da John Wayne a Orizzonti di Gloria al Falstaff di Orson Welles), e l’autore li utilizza per mettere in difficoltà l’intervistato in un crescendo sempre teso e stimolante. Non è questa la sede per riportare i passaggi clou dell’intervista, vi basti sapere che Bannon racconta tanto di sé, ma anche d’altro (ad esempio, come e perché nascono i movimenti populisti, inclusi quelli europei cui lui guarda con attenzione…), ma soprattutto che, in ultima analisi, si tratta di un documentario che pur attraverso un’intervista, grazie a un montaggio e immagini dinamiche e una colonna sonora adeguata, non soffre dei limiti consueti del genere, finendo per attestarsi come esperimento pienamente riuscito.

data di pubblicazione:07/09/2018