IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE di Silvio Soldini, 2017

IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE di Silvio Soldini, 2017

Un appuntamento “al buio”, un uomo troppo indeciso per accontentarsi di una sola donna, una donna troppo innamorata per dividere il suo uomo. Una storia come tante, solo che lei è una non vedente.

 

Teo (Adriano Giannini) è un creativo, un pubblicitario, un uomo che vive esaltando e preservando il potere dell’apparenza. La sua fidanzata Greta (Anna Ferzetti) vorrebbe “mettere su famiglia” insieme a lui, ma Teo è restio alla convivenza: preferisce la sua casa, le sue abitudini, le sue amanti occasionali.

Nel corso di un percorso sensoriale durante il quale i non vedenti dialogano con i “normodotati” per guidarli alla scoperta della luminosità del buio, Teo resta affascinato dalla voce di Emma (Valeria Golino). Incontratisi nuovamente alla luce del sole, Teo ed Emma iniziano a frequentarsi. Emma non vede, ma di mestiere non fa la centralinista: è un’osteopata, che svolge con passione e successo il suo lavoro.

Il rapporto tra i due diventerà progressivamente più intenso e li condurrà, in buona sostanza, a fondere e confondere il loro sguardo. Emma inizierà a vedere il mondo con gli occhi di Teo e a fidarsi di lui. Teo apre finalmente gli occhi offuscati da un troppo lungo periodo di torpore, riscoprirà anche nel suo lavoro la potenza dell’immaginazione, proverà a fare i conti con un passato che invano si era sforzato cancellare e cercherà di curare la sua “cecità sentimentale”.

Dopo Il comandante e la cicogna (2012), Silvio Soldini torna al cinema con Il colore nascosto delle cose, presentato fuori concorso a Venezia 74 e consequenziale sviluppo artistico del documentario Per altri occhi, con cui il regista aveva esplorato l’universo dei non vedenti. La forza del film sta nel raccontare una “normale” storia d’amore, evitando, nei limiti del possibile, di indugiare con retorico pietismo sulle condizioni di Emma e trattandola come una qualsiasi donna innamorata. Valeria Golino è impeccabile e anche Adriano Giannini regge la parte in maniera convincente: la coppia torna a lavorare insieme dopo Per amor vostro, che era valso a Valeria Golino la Coppa Volpi a Venezia 72. Degna di nota anche Arianna Scommegna nel ruolo di Patti, amica ipovedente di Emma che regala al film momenti di cinica comicità.

La storia scorre via in maniera gradevole, ma senza sussulti, indugiando eccessivamente in una parte centrale che rende forse ridondanti i 155 minuti complessivi. Il finale, al contrario, è forse un po’ troppo “sbrigativo” e poco credibile, ma nel complesso Il colore nascosto delle cose è un film che vale il prezzo del biglietto, non foss’altro che per la straordinaria prova di Valeria Golino.

data di pubblicazione: 10/09/2017


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VENEZIA 74 – CERIMONIA DI PREMIAZIONE

VENEZIA 74 – CERIMONIA DI PREMIAZIONE

Cala il sipario sulla 74. edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il programma è stato denso, eterogeneo e, soprattutto, ha raggiunto in più di un’occasione il proverbiale accordo tra critica e pubblico.

Il Leone d’oro si pone ad autorevole suggello di questa tendenza, finendo tra le mani di Guillermo del Toro per The Shape of Water: l’intensa e coinvolgente fiaba ambientata ai tempi della guerra fredda, che ha presentato un’inedita versione dell’amore tra la Bella e la Bestia, vince Venezia 74 e una volta tanto, sarà anche un film (è facile immaginarlo) capace di ottenere risultati lusinghieri al botteghino.

La Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, in un’edizione della Mostra che ha anche celebrato le vecchie glorie del cinema, va a Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro. L’attrice si dice commossa di ricevere un premio così prestigioso proprio in Italia, che costituisce la sua principale fonte di ispirazione: è proprio grazie a degli italiani, da Luchino Visconti ad Adriano Celentano, che ha potuto intraprendere la sua carriera.

La Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è invece conquistata da Kamel El Basha per il sorprendente The Insult di Ziad Doueiri: l’attore viene dal teatro e con il suo primo film da “professionista” si è assunto il compito, indubbiamente non semplice, di portare al cinema la complessa situazione politica del Libano.

Autentico exploit per Jusq’à la garde di uno Xavier Legrand in lacrime, proiettato nell’ultimo giorno della Mostra, che con la sua complessa storia originata da un matrimonio finito si aggiudica sia il premio De Laurentiis come miglior opera prima sia il Leone d’argento per la Miglior regia.

Il Leone d’argento Gran Premio della Giuria è stato invece assegnato a Foxtrot di Samuel Maoz, tragedia che si snoda attorno al tema dell’ineluttabilità del Fato.

Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è stato incoronato miglior film nella sezione Orizzonti, sul declino della ex cantante dei Velvet Underground, ex modella ed ex musa di Andy Warhol che a un certo punto della sua vita diventa “soltanto” Christa Päffgen.

Il premio Mastroianni al miglior attor emergente è andato al giovane Charlie Plummer per Lean on Pete di Andrew Haigh, film di formazione che ha al centro (anche) la preziosa amicizia tra un ragazzo e un cavallo alla ricerca della propria libertà.

Al termine di un’edizione che certamente non ha tradito le aspettative della vigilia, per citare Guillermo del Toro che stringe commosso il primo Leone d’oro vinto da un regista messicano, si può solo continuare a credere nella vita, nell’amore e nel cinema.

Arrivederci al 29 agosto 2018!

Riportiamo qui di seguito l’elenco completo dei premi assegnati:

Premi assegnati dalla Giuria internazionale di Venezia 74 presieduta da Annette Bening:

  • Leone d’Oro per il Miglior Film: The Shape of Water di Guillermo del Toro
  • Leone d’Argento Gran Premio della Giuria: Foxtrot di Samuel Maoz
  • Leone d’Argento per la Migliore Regia: Xavier Legrand per Jusqu’a la garde
  • Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile: Kamel El Basha per The Insult di Ziad Doueiri
  • Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile: Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro
  • Miglior Sceneggiatura: Three Billboards Outside a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh

Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Charlie Plummer per Lean on Pete di Andrew Haigh

Premi assegnati dalla Giuria internazionale della sezione Orizzonti presieduta da Gianni Amelio assegna:

  • Premio Orizzonti per il Miglior Film: Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli
  • Premio Orizzonti per la Miglior Regia: Vahid Jalilvand per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza
  • Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura: Los versos del olvido di Alireza Khatami
  • Premio Speciale della Giuria di Orizzonti: Caniba di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor
  • Premio Orizzonti per il Miglior Cortometraggio: Gros Chagrin di Céline Devaux
  • Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Maschile: Navid Mohammadzadeh per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza di Vahid Jalilvand
  • Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Femminile: Lyna Khoudri per Les Bienheureux di Sofia Djama

Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”:

  • Jusqu’à la garde di Xavier Legrand

Premi del Venice Virtual Reality assegnati dalla Giuria presieduta da John Landis:

  • Miglior Film VR: Arden’s Wake Expanded di Eugene Yk Chung
  • Migliore Esperienza VR (per contenuto interattivo): La Camera Insabbiata di Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang
  • Migliore Storia VR (per contenuto lineare): Bloodless di Gina Kim

Premi assegnati dalla Giuria della sezione Venezia Classici presieduta da Giuseppe Piccioni:

  • Premio Venezia Classici per il Miglior Film Restaurato: Idi i smotri di Elen Klimov
  • Premio Venezia Classici per il Miglior Documentario Sul Cinema: The Prince and the Dybbuk di Elwira Niewiera e Piotr Rosolowski

data di pubblicazione: 09/09/2017

THE LEISURE SEEKER di Paolo Virzì, 2017

THE LEISURE SEEKER di Paolo Virzì, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

 

L’amore di fronte alla sofferenza e alla vecchiaia: Ella e John, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte, a bordo del fedele Leisure Seeker per continuare a scrivere insieme il romanzo della loro vita insieme.

Ella e John (Helen Mirren e Donald Sutherland) spariscono dalla casa di Wellsley (Massachusetts) a bordo del fedele Leisure Seeker (letteralmente “cercatore di svago”), il camper che li ha guidati attraverso le vacanze della gioventù. È un caravan malandato, spossato dall’implacabile scorrere del tempo, ma ancora desideroso di divorare la Route 1 della East Coast. La destinazione, del resto, vale lo sforzo: Key West, casa di Ernest Hemingway, lo scrittore che John, professore di inglese, ama in maniera incondizionata e viscerale.

La mente di John non è più lucida come una volta: dimentica nomi e persone, sprofonda spesso nel passato confondendolo con il presente, “tornando” da sua moglie solo in rari e meravigliosi momenti regalando solo in rari momenti ad Ella il suo sorriso si illumina all’improvviso. Ella è malata di cancro: le invasive e dolorose terapie cui dovrebbe sottoporsi possono solo rallentare il decorso di una malattia giunta a uno stadio troppo avanzato perché possa essere sconfitta.

Ella decide di scegliere. Si è liberi (anche liberi di scegliere) quando non si ha nulla da perdere. Sceglie allora di esaudire il desiderio di John e di guidarlo fino alla residenza di Hemingway, senza permettere a nessuno, neppure ai suoi figli, di impedire che Leisure Seeker si metta in moto per una nuova avventura. Il risultato è un road movie che richiama inevitabilmente alla mente La pazza gioia, ma il primo film americano di Paolo Virzì è ancora più intimo, intenso, commosso e commovente. Il viaggio, come al solito, diviene lo strumento che consente ai due protagonisti di guardare negli occhi la vita trascorsa (insieme), bloccato in quelle diapositive in bianco e nero che Ella proietta la sera per esercitare la memoria di John. Helen Mirren e Donald Sutherland sono semplicemente strepitosi. La prima restituisce pienamente la forza e la fragilità di una donna decisa a non lasciare che la malattia annienti anche la sua dignità, il secondo indossando la maschera dell’alter ego entro cui la demenza imprigiona la mente e il volto di John. Il tutto tenuto insieme da un amore imperfetto eppure inossidabile tra un uomo e una donna che, senza retorica alcuna, sono diventati nel tempo “una cosa sola”. Quando Ella, che pure sembrerebbe il lato “forte” della coppia”, si trova in difficoltà, il suo eroe John accorre a salvarla, come un leone, come quei leoni tanto cari al pescatore de Il vecchio e il mare.

Al talento del regista e a quello dei protagonisti si aggiunge la gradevole perfezione di una sceneggiatura in cui tutto sembra accadere al punto giusto e che accompagna lo spettatore attraverso un crescendo narrativo emotivamente travolgente e che, sul finale, restituisce l’impressione di un’armonica chiusura del cerchio. Il film è tratto dal romanzo dall’omonimo romanzo di Michael Zadoorian e la sceneggiatura è firmata, oltre che da Paolo Virzì, da Francesca Archibugi, Stephen Amidon e Francesca Piccolo.

The Leisure Seeker arriverà a gennaio nelle sale italiane, con il titolo di Ella & John. Non resta che attendere quello che, non si fa fatica a immaginarlo, sarà uno dei film di maggiore successo della prossima stagione.

data di pubblicazione: 04/09/2017








LA VITA IN COMUNE di Edoardo Winspeare, 2017

LA VITA IN COMUNE di Edoardo Winspeare, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

 

Nel Sud più profondo dell’Italia, dove ogni speranza di riscatto sembrerebbe perdersi annientata dall’egoistica logica del più forte, si accende una luce grazie alla Poesia e alla Fede. Una fiaba visionaria, un’ironia capace di raccontare i drammi di un Paese sempre sul punto di rialzarsi in piedi, ma mai capace di farlo fino in fondo.

Nella piccola comunità di Disperata, al centro di un Salento in cui la presenza di Dio si rivela nella bellezza di un paesaggio di struggente perfezione che la mano degli uomini non è però in grado di preservare come meriterebbe, la vita scorre tranquilla e monotona: il bar del paese e il suo stanco immobilismo ne rappresentano forse la sintesi più eloquente.

Il sindaco Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo) è un uomo di lettere e di cultura: non ha il carattere adeguato per presiedere le riunioni del Consiglio Comunale, lascia decorrere i termini per ottenere i finanziamenti europei e neppure il piglio di Eufemia (Celeste Casciaro, moglie di Winspeare) riesce a scuoterlo dal suo torpore. La sola attività dalla quale sembra trovare appagante soddisfazione è rappresentata dalle lezioni impartite ai detenuti in carcere. Riesce persino nell’impresa di fare appassionare alla poesia Pati (Claudio Giangreco), malvivente dal cuore tenero che non riesce a perdonarsi l’uccisione di un cane durante una rapina finita male, tentata insieme al fratello Angiolino (Antonio Carluccio). Anche Angiolino, all’apparenza un cinico burbero che gioca a fare il bandito con pistole finte e che si vanta di imprese in realtà mai compiute, conoscerà la sua folgorazione sulla via di Damasco, grazie al provvidenziale intervento di Papa Francesco.

L’arte e la religione, in fondo, sono due vie per avvinarsi a ciò che trascende l’umana miseria, per azzerare le differenze sociali, per sperare che, in fondo, a tutti sia concessa una possibilità di rinascita e di redenzione. Se poi tanti uomini di buona volontà uniscono le forze, si può persino costruire una nuova arca di Noè, capace di salvare l’umanità da un naufragio irreversibile.

La vita in comune, inserito nella sezione Orizzonti di Venezia 74, presenta i tratti tipici della cinematografia di Edoardo Winspeare, cresciuto, non a caso, nella frazione di Depressa, in provincia di Lecce. Il legame con il territorio è evidente e viscerale, i personaggi sono ben caratterizzati e i non-attori cari al regista se la cavano a meraviglia. Inutile negare che, forse, il lavoro di Winspeare non abbia tutte le carte in regole per emergere in una competizione internazionale. La fiaba disincanta e disillusa, la disperazione di Disperata raccontata con i toni da commedia, i bagliori visionari che qualche volta illuminano il film, lo rendono tuttavia un lavoro gradevole.

La scelta del finale, poi, sembra condensare alcune delle più evidenti chiavi di lettura del film: è poetica, è mistica, è dolcemente amara.

data di pubblicazione: 03/08/2017








SUBURBICON di George Clooney, 2017

SUBURBICON di George Clooney, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?” In un’America che non è disposta a fare i conti con il proprio passato e le proprie colpe, fiorisce la cittadina di Suburbicon, popolata da oneste e benpensanti famiglie tradizionali che si oppongono tenacemente all’arrivo di tre afroamericani. Proprio nella villetta accanto a quella abitata dai “negri” si consuma una tragedia familiare, ma il frastuono delle proteste e dei martelli che costruiscono muri per isolare gli invasori è così assordante da offuscare tutto il resto.

 

Suburbicon è la città ideale, all’interno della cui perfezione da giornale patinato ciascun americano può realizzare la propria vita da sogno. L’arrivo dei Meyers, una famiglia di afroamericani, turba l’apparente tranquillità della cittadina popolata da oneste famiglie tradizionali, suscitando la strenua opposizione dei comitati di quartiere: i “negri” saranno ben accetti, ma solo quando si mostreranno ben educati e pronti a una convivenza civile.

Nella villetta accanto a quella degli “stranieri” vive la famiglia Lodge: Gardner (Matt Damon), Rose (Julianne Moore) e il piccolo Nicky (l’impeccabile Noah Jupe). Anche zia Margaret (sempre Julianne Moore), gemella di Rose, è solita frequentare casa Lodge. Durante una rapina in casa, Rose resta uccisa. Neppure Suburbicon (il nome, del resto, è tutto un programma) può considerarsi dunque immune dagli episodi di criminalità che scandiscono la vita del “mondo reale”.

Il fuoco del film si sposta a questo punto sui panni sporchi che si lavano nella casa dei bianchi, entra nella casa di Lodge, rendendo evidente che il vero dramma è ben lontano dalle proteste sempre più violente di fronte alla casa dei Meyers. Tutto si svolge sotto lo sguardo di Nicky, di uno di quei bambini che ci guardano dai tempi di De Sica.

Il sesto film che vede George Clooney dietro alla macchina da presa ha una scrittura che risente chiaramente dell’impronta dei fratelli Cohen: un umorismo dissacrante, che ridicolizza i cattivi senza però creare con loro empatia alcuna. Suburbicon è il frutto di un’idea che risale agli anni Ottanta, ma che, in maniera per certi aspetti sorprendente, racconta una storia più che mai attuale. Nell’America di Donald Trump, che si interroga sull’opportunità di rimuovere le statue dei generali sudisti, che ancora non ha fatto i conti con la memoria e che, forse anche per questo, non riesce a intravedere un futuro sufficientemente solido, si continua ad additare l’altro, lo straniero, il diverso, come la causa di ogni male della società, trincerandosi dietro una cortina di ipocrisia tanto spessa quanto fragile. La riflessione sulla questione razziale, che apre e chiude il film, rappresenta indubbiamente il tema centrale di Suburbicon, anche se la storia si concentra poi sulla rocambolesca caduta della “tradizionale famiglia bianca”. Le due storie parallele si congiungono grazie ai due bambini, il bianco e il nero, capaci di giocare insieme e, forse, di infondere al film un anelito di speranza.

La scrittura e la regia si rivelano ottimamente sincronizzate. Quanto al cast, non brilla particolarmente la prova di Matt Damon; più interessante è il doppio ruolo cui è chiamata Julianne Moore e prezioso, come al solito, l’apporto di Oscar Isaac, protagonista di alcune delle sequenze in cui la penna di Cohen mostra il suo tratto più cristallino.

Fino a quando un uomo bianco potrà attraversare in bicicletta, di notte, un quartiere “per bene”, perché tanto ci sarà sempre un “negro” cui dare la colpa, osserva Matt Damon in conferenza stampa, l’America avrà ben poche possibilità di costruire il proprio futuro. George Clooney, senza sottrarsi alle (inevitabili) domande sulla politica di Trump, risponde ai giornalisti che potrebbe essere divertente candidarsi come nuovo Presidente americano. In attesa delle presidenziali, Suburbicon può considerarsi un valido programma elettorale, politicamente interessante e cinematograficamente ben confezionato.

data di pubblicazione: 03/09/2017