SUBURBICON di George Clooney, 2017

SUBURBICON di George Clooney, 2017

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?” In un’America che non è disposta a fare i conti con il proprio passato e le proprie colpe, fiorisce la cittadina di Suburbicon, popolata da oneste e benpensanti famiglie tradizionali che si oppongono tenacemente all’arrivo di tre afroamericani. Proprio nella villetta accanto a quella abitata dai “negri” si consuma una tragedia familiare, ma il frastuono delle proteste e dei martelli che costruiscono muri per isolare gli invasori è così assordante da offuscare tutto il resto.

 Suburbicon è la città ideale, all’interno della cui perfezione da giornale patinato ciascun americano può realizzare la propria vita da sogno. L’arrivo dei Meyers, una famiglia di afroamericani, turba l’apparente tranquillità della cittadina popolata da oneste famiglie tradizionali, suscitando la strenua opposizione dei comitati di quartiere: i “negri” saranno ben accetti, ma solo quando si mostreranno ben educati e pronti a una convivenza civile.

Nella villetta accanto a quella degli “stranieri” vive la famiglia Lodge: Gardner (Matt Damon), Rose (Julianne Moore) e il piccolo Nicky (l’impeccabile Noah Jupe). Anche zia Margaret (sempre Julianne Moore), gemella di Rose, è solita frequentare casa Lodge. Durante una rapina in casa, Rose resta uccisa. Neppure Suburbicon (il nome, del resto, è tutto un programma) può considerarsi dunque immune dagli episodi di criminalità che scandiscono la vita del “mondo reale”.

Il fuoco del film si sposta a questo punto sui panni sporchi che si lavano nella casa dei bianchi, entra nella casa di Lodge, rendendo evidente che il vero dramma è ben lontano dalle proteste sempre più violente di fronte alla casa dei Meyers. Tutto si svolge sotto lo sguardo di Nicky, di uno di quei bambini che ci guardano dai tempi di De Sica.

Il sesto film che vede George Clooney dietro alla macchina da presa ha una scrittura che risente chiaramente dell’impronta dei fratelli Cohen: un umorismo dissacrante, che ridicolizza i cattivi senza però creare con loro empatia alcuna. Suburbicon è il frutto di un’idea che risale agli anni Ottanta, ma che, in maniera per certi aspetti sorprendente, racconta una storia più che mai attuale. Nell’America di Donald Trump, che si interroga sull’opportunità di rimuovere le statue dei generali sudisti, che ancora non ha fatto i conti con la memoria e che, forse anche per questo, non riesce a intravedere un futuro sufficientemente solido, si continua ad additare l’altro, lo straniero, il diverso, come la causa di ogni male della società, trincerandosi dietro una cortina di ipocrisia tanto spessa quanto fragile. La riflessione sulla questione razziale, che apre e chiude il film, rappresenta indubbiamente il tema centrale di Suburbicon, anche se la storia si concentra poi sulla rocambolesca caduta della “tradizionale famiglia bianca”. Le due storie parallele si congiungono grazie ai due bambini, il bianco e il nero, capaci di giocare insieme e, forse, di infondere al film un anelito di speranza.

La scrittura e la regia si rivelano ottimamente sincronizzate. Quanto al cast, non brilla particolarmente la prova di Matt Damon; più interessante è il doppio ruolo cui è chiamata Julianne Moore e prezioso, come al solito, l’apporto di Oscar Isaac, protagonista di alcune delle sequenze in cui la penna di Cohen mostra il suo tratto più cristallino.

Fino a quando un uomo bianco potrà attraversare in bicicletta, di notte, un quartiere “per bene”, perché tanto ci sarà sempre un “negro” cui dare la colpa, osserva Matt Damon in conferenza stampa, l’America avrà ben poche possibilità di costruire il proprio futuro. George Clooney, senza sottrarsi alle (inevitabili) domande sulla politica di Trump, risponde ai giornalisti che potrebbe essere divertente candidarsi come nuovo Presidente americano. In attesa delle presidenziali, Suburbicon può considerarsi un valido programma elettorale, politicamente interessante e cinematograficamente ben confezionato.

data di pubblicazione: 06/12/2017


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L’INSULTO di Ziad Doueiri, 2017

L’INSULTO di Ziad Doueiri, 2017

Un banale alterco diviene un caso mediatico di rilevanza nazionale. Un libanese cristiano e un palestinese si trovano contrapposti in un’aula di Tribunale, che si trasforma anche nel palcoscenico di uno dei capitoli più complessi della storia contemporanea. 

The Insult di Ziad Doueniri, in concorso a Venezia 74, sorprende con un legal drama made in Libano che, pur prendendo a prestito alcuni stilemi di un registro narrativo tradizionalmente appannaggio del made in USA, risulta un’opera nel complesso originale, tanto per la questione politico-culturale che fa da sfondo all’intera vicenda quanto per l’esito della battaglia legale che costituisce il cuore del film.

Toni (Adel Karam), libanese militante del Partito Cristiano, discute con il palestinese Yasser (Kamle El Basha, che con questa interpretazione si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’ultima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia) per una grondaia “fuori norma”. Yasser, di fronte alla tracotanza mostrata da Toni e malgrado si trovi in un quartiere di Beirut socialmente e politicamente ostile ai palestinesi, insulta il suo interlocutore. Toni decide di procedere per vie legali, intentando una causa di risarcimento nei confronti di Yasser. Le leggi degli uomini, tuttavia, non sembrano in grado di risolvere una situazione così complessa che, come avviata lungo il crinale di un pendio scivoloso, degenera ulteriormente. Quello che sembrerebbe un banale alterco quotidiano si trasforma rapidamente in un caso mediatico di rilevanza nazionale, in un Paese divenuto negli ultimi decenni un crogiolo di religioni, culture, ideologie: in un Paese multirazziale che fatica a trasformarsi in un Paese multiculturale.

Allo scontro tra culture si aggiunge anche quello tra generazioni, visto che gli avvocati difensori sono un vecchio fedele alla causa cristiana (Camille Salameh) e una giovane (Diamand Bou Abboud), convinta sostenitrice dei diritti dei palestinesi. Si scoprirà poi che i due sono molto più che semplici colleghi.

I temi con i quali il processo è chiamato a confrontarsi sono quelli con cui il diritto (specie penale) è chiamato frequentemente a fare i conti, soprattutto nei momenti di più complessa e violenta transizione storica. Fanno più male le aggressioni fisiche o quelle verbali? Si può essere condannati per un reato di opinione oppure ognuno ha la libertà di pensare e dire tutto quello che desidera? La dignità del singolo, anche se l’offesa non sia arrecata pubblicamente, è suscettibile di una tutela penale? Si può reagire, secondo il codice penale libanese, anche oltre i limiti della legittima difesa, se il soggetto si trovi in uno “stato emotivo compromesso” che ha compromesso la sua lucidità. Ma la battaglia legale senza esclusione di colpi, portata a conseguenze che né Toni né Yasser avrebbero immaginato e sperato, dimostrerà che non sempre i ruoli di “vittima” e di “aggressore” sono così chiaramente delineati. Se la Presidente del collegio giudicante non leggesse a voce alta il “verdetto” della Corte d’appello, le sole immagini non lascerebbero agevolmente intuire quale dei due contendenti sia riuscito ad avere la meglio.

Ziad Doueiri, come lo stesso regista spiega in conferenza stampa, proviene da una famiglia di avvocati e di giudici: è quindi abituato non solo al linguaggio legale, ma anche all’idea che l’unico strumento di affermazione dei diritti (umani) siano le leggi di uno Stato. Ammette di aver avuto tra i suoi modelli Il verdetto di Sidney Lumet, ma, come anticipato, il risultato di The Insult, più concentrato sulla storia che sui movimenti di macchina ad effetto, è per molti aspetti sorprendente, andando ben oltre le pastoie imposte dal recinto del film di genere.

data di pubblicazione: 06/12/2017


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PRENDRE LE LARGE di Gaël Morel, 2017 – Selezione ufficiale

PRENDRE LE LARGE di Gaël Morel, 2017 – Selezione ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

Una fabbrica tessile che chiude per delocalizzare la produzione dalla Francia al Marocco. Un’operaia che decide di “prendere il largo” e di (in)seguire il suo lavoro in terra straniera. Il ritratto di una donna che riesce a trovare la forza nelle sue fragilità.

Edith (una straordinaria Sandrine Bonnaire) è un’operaia tessile che si trova a dover affrontare la chiusura dello stabilimento in cui lavora. Nell’età della globalizzazione, la fabbrica decide di delocalizzare la propria produzione dalla Francia al Marocco, dove i costi sono decisamente inferiori. Ciascun operaio può accettare il licenziamento e la conseguente “buonuscita” oppure richiedere il trasferimento a Tangeri. Edith, inaspettatamente, sceglie di partire, sceglie di “prendere il largo”. Anche perché Edith, rimasta sola dopo che suo figlio Jérémy (Ilian Bergala) ha preso la sua strada, non saprebbe vivere se le togliessero anche il suo lavoro.

L’arrivo in Marocco non è indubbiamente agevole: Edith è la “straniera che non porta il velo” e non conosce le insidie di una città in cui ci sono “più matti che gatti”, senza contare che le condizioni di lavoro nella nuova fabbrica sono ai limiti sono bel al di sotto degli standard minimi di sicurezza.

L’incontro con Mina (Mouna Fettou), proprietaria della pensione dove Edith ha trovato alloggio, e con suo figlio Ali (Kamal El Amr) restituiranno a Edith parte della vita che credeva di aver perduto per sempre.

Prendre le large, per la regia di Gaël Morel, è un delicato affresco introspettivo sul cui sfondo troneggia l’età della globalizzazione: la libertà che si traduce in vincolo, la realtà liquida nella quale rischiano di dissolversi anche i valori fondamentali. L’aspetto forse meno convincente del film è rappresentato dal fatto che la “questione sociale”, relativa al mondo operario e alla tutela dei lavoratori, pur individuando uno dei fili conduttori della storia, resta forse troppo in secondo piano: rapidi cenni che però non riescono a scavare nel cuore della questione. Anche l’ingenua sprovvedutezza di Edith, per quanto comprensibile, non sempre risulta realistica.

La regia di Morel e l’interpretazione di Sandrine Bonnaire, in ogni caso, restano una combinazione che regala al film dei momenti di alta e intensa poesia.

data di pubblicazione: 30/10/2017







LOVE MEANS ZERO di Jason Kohn, 2017 – Selezione ufficiale

LOVE MEANS ZERO di Jason Kohn, 2017 – Selezione ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

Un documentario racconta la storia di Nick Bollettieri, leggendario allenatore di tennis che a stento avrebbe saputo vincere un set, ma che era in grado di far vincere gli altri. Un vincente che amava circondarsi di vincenti e che per questo era disposto a mettere da parte ogni inutile sentimentalismo. Almeno in apparenza.

Nick Bollettieri è uno dei più famosi allenatori di tennis della storia. Resta seduto su una sedia più di quanto abbia mai fatto in vita sua e risponde alle domande di Jason Kohn, avvertendolo di non accanirsi troppo nella ricerca di un senso nella storia che sta raccontando: lui è Nick, semplicemente Nick Bollettieri. E il risultato è il riuscito documentario Love means zero.

Bollettieri è stato il primo che ha tentato di applicare una logica “comunista” nella gestione capitalistica dello sport: ha infranto le regole, esigendo che i giovani aspiranti campioni si separassero dalle loro famiglie e vivessero all’interno dell’Academy, a stretto contatto l’uno con l’altro, alimentandosi dello spirito di competizione e della voglia di vincere.

Il carisma di Bollettieri faceva il resto. Un uomo avvicinatosi al tennis per caso e in “età avanzata”, uno che non avrebbe mai vinto una partita in vita sua, ma che era capace di far vincere gli altri. I ragazzi e le ragazze della sua scuderia erano disposti a tutto pur di conquistare la stima e le attenzioni di Nick. Vedevano in lui un padre. Un padre severo, cinico, che concentrava le proprie energie solo sui figli più promettenti. Il duello storico tra Andre Agassi e Jim Courier, alcuni degli campioni più noti del team Bollettieri, altro non era che una battaglia per conquistare il cuore e il rispetto di Nick.

Proprio la parabola professionale e umana di Andre Agassi diviene uno dei nuclei più riconoscibili della storia raccontata da Love means zero. Agassi è anche il grande assente del documentario di Kohn. Parlano per lui le immagini di repertorio degli incontri che hanno segnato la storia del tennis, le sue interviste, gli articoli di giornale. Agassi è stato uno di quegli sportivi che meglio ha incarnato le intersezioni tra sport, star system e marketing, ma è anche l’allievo che si porta dietro un controverso rapporto con il proprio “padre”.

Love means zero è un documentario ben congegnato e ottimamente diretto, capace di rendere partecipi della storia e di appassionare anche lo spettatore a digiuno della recente storia del tennis. Risulta interessante, in particolare, la metamorfosi di Nick nel corso dell’intervista: spavaldo e “tutto d’un pezzo” all’inizio, commosso e fragile alla fine. Così come interessante è la parabola della sua Accademia: sembrava anzitutto una spietata macchina da soldi, ma è arrivata sull’orlo del fallimento, perché Bollettieri non ha mai voluto vincolare contrattualmente i propri sportivi, i quali, dal canto loro, non hanno scelto spontaneamente di sostenere l’Academy.

Nick, alla fine, è semplicemente Nick Bollettieri: un vincente, che ama circondarsi di vincenti.

data di pubblicazione: 30/10/2017








LAST FLAG FLYING di Richard Linklater, 2017 – Selezione ufficiale

LAST FLAG FLYING di Richard Linklater, 2017 – Selezione ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

L’America di ieri e quella di oggi, unite dall’eroismo (razionalmente incomprensibile) dei giovani Marines mandati al fronte. Vietnam e Iraq: cambia poco in fondo. Restano intatti il rispetto per la divisa, l’orrore del fronte, la disperazione delle famiglie. Così come resta intatta la bandiera a stelle strisce che, nonostante tutto, continua a sventolare sullo sfondo.

 

Larry Shepherd (Steve Carrel), meglio noto come Doc, si mette sulle tracce di ex soldati che, insieme a lui, hanno militato nei Marines: Sal Nealon (Bryan Cranston), che ora gestisce una birreria senza troppe pretese, e Richard Mueller (Laurence Fishburne), divenuto un appassionato e autorevole Reverendo.

I tre hanno combattuto insieme in Vietnam, in una guerra di cui probabilmente nessun militare americano ha mai compreso il senso, ma che ha lasciato nei loro corpi e nelle loro anime delle cicatrici profonde e indelebili.

Anche il figlio di Doc ha deciso di arruolarsi nei Marines. Nei primi anni del nuovo millennio i nemici non sono più i musi gialli che popolano le giungle Vietnam, dove ormai anche gli americani vanno in vacanza, ma gli iracheni capeggiati da Saddam Hussein che si nascondono nei deserti dell’Iraq. Proprio dall’Iraq arriva la notizia della morte del figlio di Doc. È caduto in azione come un vero eroe, dicono. Deve essere seppellito con tutti gli onori, dicono.

Larry chiede ai suoi vecchi compagni di divisa di accompagnarlo nel viaggio più lungo e tormentato che la vita poteva riservargli. Ha inizio quindi un road movie, che, come tutti i road movie che si rispettino, diviene anzitutto un viaggio interiore che conduce alla (ri)scoperta di se stessi.

Richard Linklater torna al cinema con Last Falg Flying, tratto dall’omonimo romanzo di Darryl Ponicsan e sequel del film del 1973 L’ultima corvè con Jack Nicholson. Il film, prodotto da Amazon Studios, è stato scelto per l’apertura del New York Film Festival.

Il tema, caro a Linklater, è quello del patriottismo nazionalistico, raccontato in maniera disincantata ma non del tutto cinica, rassegnata ma mai del tutto disperata. Il trio di protagonisti funziona a meraviglia, tanto per la convincente prova di attori di Carrel, Cranston e Fischburne, quanto per l’armonica complementarietà dei personaggi: Doc è remissivo e mite, Sal è irriverente e caustico, Mueller è il reverendo cui la fede ha concesso di placare gli eccessi giovanili e di curare le ferite del fronte. Non ci sono risposte definitive nel film. Non ci sono buoni e cattivi. C’è solo il silenzio del vuoto, che ciascuno può riempire con le proprie riflessioni con temi che, ormai da decenni, continuano a tormentare la coscienza dell’America.

I 124 minuti del film, forse, scorrono più fluidamente nella prima parte anziché nella seconda, ma la scrittura, che assegna un ruolo determinante alla spiazzante ironia di Sal e che mantiene il costante parallelismo tra ieri e oggi, tra Vietam e Iraq, restituisce un’opera nel complesso convincente. Qualche retorica di troppo nelle sequenze finali; ma, del resto, è il rischio pressoché inevitabile che si corre quando, sullo sfondo, la bandiera a stelle e strisce continua a sventolare nonostante tutto.

data di pubblicazione: 29/10/2017