FORZA MAGGIORE di Ruben Östlund, 2015

FORZA MAGGIORE di Ruben Östlund, 2015

Sembrerebbe inevitabile accostare il film del regista svedese Östlund con il suo connazionale Bergman, entrambi appunto svedesi, non foss’altro per il dramma familiare che ci viene proposto fatto di dialoghi apparentemente calmi, ma che invece nascondono intrinsecamente la crisi d’identità di un matrimonio, oramai alla deriva, e di ruoli maschili e femminili non più conformi alla realtà di un tempo.
Tomas, la moglie Ebba ed i loro due bambini si trovano in un residence sulla alpi francesi per trascorrere qualche giorno sulla neve e sciare in tranquillità.
I rapporti interpersonali all’interno del nucleo familiare vengono messi irrimediabilmente in crisi da una vera e propria valanga di neve che si abbatte su di loro mentre sono seduti al ristorante di un rifugio. Tomas di fronte al pericolo incombente, invece di preoccuparsi di proteggere la propria famiglia, assumendo il ruolo che le istituzioni e l’etica gli attribuiscono, fugge precipitosamente preoccupandosi di salvare il suo cellulare incurante delle grida atterrite dei figli di fronte a quell’evento naturale, improvviso e dirompente.
Scampati miracolosamente il pericolo, Ebba, resasi da subito conto dell’accaduto e rimasta accanto ai figli invece di fuggire via, da quel momento non potrà più fare a meno di rimproverare ripetutamente al marito, anche di fronte ad amici, quell’istinto egoistico di sopravvivenza che, per causa di forza maggiore appunto, gli ha fatto dapprima rimuovere e poi negare le sue vere responsabilità di padre e marito, facendo emergere una fragilità che lui stesso dichiara di detestare.
Grande è l’abilità del regista nel proporre quei paesaggi incantati di neve dove la famiglia si ritrova unita per sciare più come una routine a tratti noiosa, che per scelta: sembra piuttosto che ognuno di loro vorrebbe starsene per i fatti propri, compresi Vera e Harry che spesso non tollerano la presenza dei genitori, anelando forse ad un momento di serenità con un videogioco, che quelle convenzionali abitudini sciistiche sembrano impedire.
Di nuovo aleggia lo spirito di Bergman, fatto di grandi pause ed immagini a lungo campo, in cui tutti i personaggi si muovono con circospezione per paura di dire o fare qualcosa in contrapposizione ai ruoli imposti dalla società . Ma se la location tra le montagne incantate risulta un felice spunto per incorniciare tutta la storia, dove all’improvviso vola persino una astronave giocattolo di proprietà di Tomas, non sempre la lentezza del film ci ripaga. Non particolarmente esilarante è la prova dei due protagonisti Johannes Kuhnke e Lisa Loven Kongsli.

data di pubblicazione 18/05/2015


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SAMBA di Eric Toledano e Olivier Nakache, 2015

SAMBA di Eric Toledano e Olivier Nakache, 2015

Il senegalese Samba Cissè (Omar Sy) vive da dieci anni a Parigi presso uno zio e lavora con lui in un ristorante.

Privo di regolare permesso di soggiorno, viene internato insieme a tanti altri clandestini in un centro di accoglienza situato nei pressi della pista di atterraggio di un aeroporto come a significare, per tutti gli ospiti irregolari e in attesa di giudizio, che in qualsiasi momento lì potrebbe atterrare l’aereo che li riporterà in patria con il foglio di via. Samba dunque convive con la paura che un giorno quello potrebbe essere il suo destino; mentre è in attesa della sentenza che stabilirà se concedergli o meno di rimanere in Francia, viene assistito da una associazione umanitaria che segue gli immigrati nel lungo travaglio giuridico per evitare l’espulsione. Lì conosce Alice (una “leggera” Charlotte Gainsbourg), manager d’azienda in congedo lavorativo a causa di un forte esaurimento nervoso, che frequenta il centro inizialmente con scarsa convinzione e a solo scopo “terapeutico”: tra i due nasce una rispettosa attrazione.

Eric Toledano e Olivier Nakache, registi e sceneggiatori francesi di nuova generazione, a pochi anni dal grande successo di Quasi amici, ci propongono questa nuova commedia dal gusto agro-dolce, molto leggera ma con tocchi di profondo realismo, alternando continuamente il mondo altamente borghese in cui vive Alice e la dura condizione da immigrato clandestino di Samba. Tra gli altri interpreti emerge con grande sorpresa, in un ruolo “insolito”, l’attore Tahar Rahim (Il profeta, Il padre) nella parte di un algerino che si finge brasiliano e si fa chiamare Wilson allo scopo di essere accolto da tutti con maggior accondiscendenza. Il film propone ancora una volta, in una salsa non proprio originale, il tema della difficoltà d’inserimento degli immigrati nel nostro mondo occidentale globalizzato, che dovrebbe essere più accogliente e preparato di un tempo nei confronti di queste persone in cerca di una speranza di vita, ma che poi non lo è. Samba è una favola in bianco e nero, una sorta di “love story” post moderna da prendere così come è, senza grandi pretese, per non rimanerne delusi o con aspettative disattese da grande film. Buona la recitazione, buona l’ambientazione e ottime le musiche; e se tra le scene famose di Quasi amici c’è quella del ballo di Driss sulle note di Boogie Wonderland degli Earth Wind and Fire, in Samba c’è un siparietto di Tahar Rahim tipo “spot della Coca Cola” altrettanto cool e coinvolgente. Insomma, un film che tutto sommato si fa vedere e che ci lascia soddisfatti non ultimo per il finale che, come in tutte le favole che si rispettino, ha ovviamente un prevedibile lieto fine.

data di pubblicazione 26/04/2015


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SLAVA’S SNOWSHOW, creato e messo in scena da Slava Polunin

SLAVA’S SNOWSHOW, creato e messo in scena da Slava Polunin

(Teatro Argentina – Roma, 18 febbraio/1 marzo 2015)

Un clown in costume giallo, con una sciarpa rossa, guanti rossi, grandi scarpe, ed una corda al collo; altri clowns con grandi nasi rossi, cappotti verdi, orecchie; e poi telefoni di spugna, un cavallino a dondolo, un letto rosso, una vela per andare lontano, una scopa, ali d’angelo, palloncini bianchi, palle e palloni giganteschi, sfere illuminate, luna, stelle, bastoncini, un pesce cane, un attaccapanni, un cappotto nero e un cappello bianco, polvere, valigia, il fischio di un treno, il vapore della locomotiva, il verso di gabbiani lontani, una lettera che fa piangere e… “diventa neve”, un ombrello rotto, bandierina bianca e bandierine rosse, una fatina bianca su di un’altalena, coriandoli; colore giallo, ma anche rosso, arancio, verde, blu, azzurro, bianco, luce e buio, ragnatele, ovatta, cielo stellato e soffice come un grande piumone, vento, acqua, neve… tanta, tanta, tanta neve di… carta velina. E poi ancora Chaplin, Marcel Marceau, Fellini, Benigni… e la musica: dal colorato suono dell’inconfondibile trombetta che va a tempo con i passi e gli ammiccamenti dei volti dei clown, sino alla musica d’autore con i solenni Carmina Burana, le atmosfere rilassate e ritmate della samba di “Mas que nada” passando per “Via con me” di Paolo Conte.

Si torna bambini con lo spettacolo Slava’s Snowshow che si sta rappresentando in questi giorni al Teatro Argentina, nell’ambito di un palinsesto a dir poco variegato ed interessante che il nuovo Direttore Artistico Antonio Calbi ha selezionato per il pubblico romano.

La scenografia è superlativa: all’inizio è come la cameretta dei sogni di ogni bambino, per poi trasformarsi come un cilindro caleidoscopico in un mare glaciale, in montagne innevate, in stazione, e poi in ghiacciaio, fino ad uno spettacolare “palco” sotto la neve che coinvolge tutti gli spettatori, con il fluttuante gioco di sfere colorate di tutte le dimensioni che investono l’intera platea.

Ed al clown poi basta togliersi il naso per presentarsi al pubblico e ringraziarlo…

data di pubblicazione 24/02/2015


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SCINTILLE di Laura Sicignano, con Laura Curino

SCINTILLE di Laura Sicignano, con Laura Curino

(Teatro Due Roma – 10/15 febbraio 2015)

Nell’ambito della rassegna “A Roma! A Roma!” in questi giorni si rappresenta al Teatro Due un nuovo interessante spettacolo: Scintille, per la regia di Laura Sicignano, autrice anche del testo    che si può inquadrare, senza esitazione alcuna, tra quei lavori di impegno politico, di denuncia universale, un autentico atto di ribellione tutto al femminile.

Lasciato alla genialità interpretativa di Laura Curino, con un ruolo che ben si adatta al suo impegno quotidiano per il riconoscimento della dignità e del ruolo sociale della donna, lo spettacolo, sia pur in forma di una narrazione-cronaca, rappresenta fatti realmente accaduti che hanno segnato una svolta storica sul tema della emancipazione della donna, oltre ad essere una denuncia serrata del mancato riconoscimento di quanto dovuto a fronte di un chiaro esempio di sfruttamento lavorativo. Lucia 20 anni e Rosa 14 anni, sono le figlie di Maltese Caterina, 39 anni; Lucia è amica di Dora, la contestatrice ebrea russa: se non ci ribelleremo, sarà solo la giusta punizione per essere state povere e docili. Tutte lavorano nella fabbrica T.W.C. che produce camicie a New York: è il 25 marzo 1911 e manca un quarto d’ora alla chiusura della factory e come ogni giorno le 600 persone, in prevalenza donne e quasi tutte ragazze, sono già dodici ore che lavorano ininterrottamente, in uno spazio claustrofobico. Sono immigrate, vengono dalla Russia, dalla Polonia, dall’Italia del sud: Puglia, Calabria, Sicilia… Laura Curino, che recita in maniera impeccabile tutte le donne che Laura Sicignano ha voluto celebrare, sembra muoversi a suo agio tra macchine da cucire, forbici, stoffe, spagnolette dando vita ad un monologo a più voci che singolarmente assumono tinte alquanto variabili: ora drammatiche, ora carezzevoli, ora accorate sino a culminare nella tragedia vera e propria, la scintilla che genera l’incendio. Da una casuale scintilla scaturirà un rogo improvviso che causerà la morte di 146 ragazze. Nessuna via di fuga praticabile, nessuna salvezza quindi, in una America sogno allora di intere generazioni, simbolo di libertà e di democrazia, fonte di benessere e di ricchezza, ma che per Caterina e le sue due figlie, fuggite per necessità come tanti altri dall’Italia, diventa invece un luogo di speculazione, di abuso, di maschilismo, di ingiustizia sociale, di non rispetto per la dignità umana. Da quel fatidico incendio nasceranno tutta una serie di movimenti che porteranno negli anni, tra lotte e repressioni cruente, al riconoscimento della posizione sociale della donna e dei suoi diritti.

Piace rilevare come ancora una volta il teatro diventa luogo ideale di denuncia, luogo di scena dove la finzione diventa vita. Scintille che danno morte, ma che danno contestualmente vita alle idee, che a loro volta contagiano persone per non dimenticare chi non ha più voce: è allo spettatore l’ultima azione, quella di non dimenticare, con la dolcezza dolorosa di chi ha subito un torto, ma non può da solo trovare un risarcimento è l’appello di Laura Sicignano che lo fa dire a Caterina, non dimenticate le mie figlie.

 

Mamma mia, dammi cento lire

che in America voglio andar

Cento lire sì, te le do

ma in America no no no…

data di pubblicazione 12/02/2015


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ELETTROCARDIODRAMMA di e con Leonardo Capuano

ELETTROCARDIODRAMMA di e con Leonardo Capuano

(Teatro Argot Studio – Roma, 27 gennaio/1 febbraio 2015)

Ti delizia il mascarpone? E il domani come lo vedi? Come ti poni davanti all’infinito? E Peter Gabriel ha fatto bene a lasciare i Genesis? Sono alcune delle domande che inseguono Leonardo Capuano, mentre, solo in scena, come per il resto dello spettacolo, corre intorno al tavolo e alle due sedie bianche che fanno da unica scenografia. Vestito con un delizioso abito da donna, senza uno specifico perché, Capuano insegue i suoi personaggi, il balbuziente e i suoi fratelli, la madre malata, una fidanzata con cui prendere il fresco con le mani e il sole sottobraccio. Una gamba “ballerina” separatista batte il tempo delle musiche – notevoli le scelte musicali che spaziano dalla disco music anni ’70 ai Depeche Mode di I feel loved – che accompagnano i divertenti deliri dei protagonisti, impegnati nella ricerca di un medicamento universale contro l’apatia, una cura per ritrovare l’equilibrio, sitting on the dock of the Bay. Ma il medicinale non c’è e non resta che immergersi nei sogni, in quelle favole evocate da una teoria di animali – la balena, lo squalo, il coniglio, i fenicotteri -, compagni di giochi di una strampalata famiglia che ha il volto, la voce camaleontica e il corpo, usato superbamente, di un divertente ed efficace Capuano.  Al termine dello spettacolo, un interrogativo rimane, come un’eco, nelle menti degli spettatori: Chiamiamo Walter. – Chi è Walter?.  La risposta al Teatro Argot, fino a domenica 1 Febbraio 2015.

 

data di pubblicazione 28/01/2015


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