(Complesso del Vittoriano – Roma, 11 Novembre 2016 / 29 gennaio 2017)

L’ondata di gelo che si è riversata su Roma non ha risparmiato nemmeno le sale del Complesso del Vittoriano che ospita la mostra di Ligabue. Anche lì il freddo era purtroppo così penetrante da distogliere l’attenzione che la bella mostra richiede e vorrebbe.

Freddo a parte, la mostra raccoglie circa cento lavori di Antonio Ligabue, dagli esordi intorno agli anni ’20 fino al ’65, anno della sua morte, ed è curata da Sandro Parmiggiani, che oltre ad essere un amico personale di Ligabue è il Direttore della stessa Fondazione, e da Sergio Negri, Presidente del comitato scientifico.

Prima di entrare in sala, un bel filmato, andato in onda e realizzato da Rai 3 sul finire degli anni ’70, ci proietta immediatamente nel suo mondo. Lo vediamo correre tra le colline della sua Gualtieri, il paese sulle rive del Po dove viveva la madre prima di emigrare incinta, nella Svizzera tedesca dove Antonio nacque e visse fino ai 19 anni e da cui fu poi espulso. Una Gualtieri che lo vide entrare e uscire dall’ospedale psichiatrico e lavorare, senza comunque riuscire a scalfire la miseria ( almeno fino agli anni 50 quando cominciò a vivere della sua pittura) come “scariolante”.

Corre e imita la voce degli uccelli, e la sua mimesi è così totale e perfetta da stimolare le risposte delle cornacchie posate sui rami vicini. È sempre solo Ligabue. Solo nei campi, solo nella poverissima casa-studio dove si prepara a dipingere non senza aver compiuto, prima di farlo, una lunga e straziante serie di gesti scaramantici e apotropaici che dovevano zittire le voci e le presenze nella sua mente, voci nemiche che gli impedivano di dipingere e lo inchiodavano al dolore. Il momento più struggente del filmato è quando appare vestito da donna, con delle sottovesti bianche, per la purezza specifica lui; una lunga gonna che avvolge con attenzione attorno alle gambe magre e si siede sul letto, compunto, davanti a un piccolo fuoco. È la compagna immaginaria, la moglie che avrebbe voluto avere e che invece non avrà mai. Allora trasforma se stesso fino a diventare lui quella moglie tanto desiderata.

Confesso di aver sospeso qui la visione del filmato, perché quella solitudine faceva così male da rischiare di “inquinare” la visione della sua opera che invece ha l’importanza e la dignità di un pittore maturo e compiuto, senza essere quindi schiacciata e trascinata emotivamente dal “caso” Ligabue.

Il mondo animale è quello che sente più vicino, un universo ferino e spietato che dice quanto Ligabue percepisse l’aggressività del mondo. Giaguari, pantere, tigri del bengala, galline, tacchini, aquile che artigliano con ferocia la preda, spesso un cigno dal lungo collo. Sono immersi in una natura dai toni smeraldo e fitta quanto una giungla, mischiando piante e felci di una foresta tropicale con animali dell’aia di casa nostra. La verdissima e brillante foresta ha echi di Gauguin, ma gli animali che Ligabue proietta in primo piano, che siano oranghi o giaguari, hanno la bocca spalancata ed enorme di un boa e nascondono tra denti e lingua i tratti del volto del pittore. I quadri dell’inizio sono più incerti, l’olio più diluito sulla tavola, poi via via Ligabue diventa se stesso, crede nelle proprie capacità pittoriche, è attento alla composizione e non solo all’espressione. I colori si fanno più spessi, sono contornati da pesanti linee nere che ne mettono in risalto l’aspetto materico. Si pensa a Ligabue come a un pittore spontaneo e naif privo di cultura pittorica. Questa mostra invece dimostra come Ligabue guardasse con attenzione le opere degli artisti che lo interessavano, Gauguin e Van Gogh soprattutto, e di come poi li abbia trasformati in materia sua, facendo della Polinesia il cortile di Gualtieri. Colpisce una boule con i pesci rossi che non può non ricordare il famosissimo quadro di Matisse con lo stesso soggetto e titolo. Là erano macchie guizzanti di colore proiettati su un cielo azzurrissimo e felice, qui sono due prigionieri antropomorfi del cristallo. Ti guardano infelici e non c’è nessun cielo dietro, né nessun drappo rosso rubino sul tavolo, dove la boule è posata, a dire di quanta luce è fatto il mondo. Ci sono solo loro, prigionieri della ripetizione in uno spazio angusto.

In ogni quadro c’è lui. Lui che appare in un angolo con il cappello bianco e la sahariana della caccia grossa dal sapore inglese, quadro che apre la mostra. Se ne sta dietro una donna africana come se ne fosse un’emanazione guardinga; anche lì come nel filmato, come se da se stesso potessero venire e conciliarsi due creature.

Con felice intuizione gli autoritratti sono sistemati in sequenza su un’unica parete: Antonio Ligabue col naso dell’aquila che sempre cercava di attenuare, mostrandosi in quello che doveva ritenere il suo profilo migliore, è sempre accompagnato da insetti. Mosche soprattutto, e qualche rara farfalla che ha smarrito ogni bellezza; insetti che ronzano fuori come dentro la mente del pittore, creando un’interferenza fastidiosa tra se stessi e il mondo, che lontano s’indovina più placido di chi lo abita. Qualche casetta allineata sulla collina, una staccionata, un cielo che si avvoltola in nubi violacee che esplodono in tempesta o che sono travolte da un vento turbinoso. In primo piano gli occhi disperati e indagatori di chi portava in giro la sua solitudine come un grido. Questa serie di autoritratti sono davvero bellissimi, belli quanto quelli che siamo abituati ad amare del pittore olandese, con le orecchie lavorate come fossero scavate nel legno, le giacche e i maglioni dai colori forti e quella voglia di bucare il tempo e lo spazio per vincere la solitudine e trovarsi finalmente in mezzo agli uomini.

data di pubblicazione:12/01/2017

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