(Teatro Vascello – Roma, 14 e 15 Aprile 2018)

La piéce prende spunto e conserva la struttura dell’opera Die Hamletmaschine di Heiner Müller, andata in scena alla fine degli anni ’70, la quale a sua volta è una riscrittura del più celebre Amleto di William Shakespeare. Il testo viene quindi preso, smontato e rimontato da Latini attraverso un racconto diviso in cinque capitoli: Album di famiglia; L’Europa delle donne; Scherzo; Pest(e) a Buda battaglia per la Groenlandia; Attesa desolata/Nella spaventosa armatura/Millenni. Del dramma originario rimane pertanto solo una traccia, ma sufficiente per ricreare il pathos di una tragedia rimasta immortale nella storia della drammaturgia universale.

 

 

Secondo appuntamento al Teatro Vascello per il trittico di spettacoli proposto dalla compagnia Fortebraccio Teatro. In scena l’autore, il regista e l’interprete del lavoro, Roberto Latini, che di nuovo si confronta con un grande e difficile personaggio della letteratura teatrale: Amleto. Dell’originale rimangono solo pochi frammenti: il dramma è stato già recitato, è stato superato. “Dov’è questo spettacolo?” urla Fortebraccio, unico testimone a rimanere in piedi nel dramma shakespeariano e unico personaggio che invade la scena. Da questo urlo prende forma l’interpretazione di Latini e per questo Hamletmaschine diventa Fortinbrasmaschine, ovvero Amleto visto e pensato attraverso Fortebraccio, colui che succederà alla guida della Danimarca una volta morto il re usurpatore, la moglie infedele e il principe Amleto. Se Müller aveva spogliato il dramma originale di tutti gli orpelli della scena elisabettiana, restituendoci solo l’ossatura della tragedia, Latini addirittura scuoia il testo, lo lacera a brandelli, ne fa coriandoli e li lancia tra la gente. Quello che rimane del mito di Amleto non sono solo tormento e sentimento, ma anche gioco inteso come meccanismo e divertimento, come giostra appunto, quella che si vede costantemente sulla scena e che diventa il recinto dove si gioca il dramma e, al tempo stesso, barriera ideale da superare. Luci e macchinari di scena, ideati dal genio di Max Mugnai, e le musiche/suoni di Gianluca Misiti dialogano con l’attore sul palcoscenico e diventano mezzo di racconto, guadagnando sulla scena la stessa dignità della parola detta, che viene veicolata attraverso l’artificio tecnico e il filtro dei microfoni. Le musiche non commentano ma dicono, restituendoci nel ritmo l’angoscia dell’umano, che Latini raccoglie e amplifica con le sue dissonanze vocali. Sala piena e pubblico giovane, in attesa di vedere la terza parte di questo trittico nel Cantico dei Cantici, sempre in scena al teatro Vascello nei prossimi giorni.

data di pubblicazione:15/04/2018


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