(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 6/30 dicembre 2018)

Un’appassionata ricognizione dentro un’anima ferita. Una prova d’attrice illuminata per un recupero letterario di scarsa utilità e di dubbio appeal.

 

Il teatro se non è utile è didattico. Ma è contraddizione, sviluppo scenico, movimentazione, dialettica dei contrari. Se tutto questo non viene messo in gioco il fondale è fermo e persino un po’ stucchevole. Questo il dubbio mossoci dal recupero di una poco conosciuta scrittrice napoletana (Clotilde Marghieri), espressasi in tarda età, vincitrice con questo testo del Premio Viareggio nell’ormai lontano 1974. Licia Maglietta recupera una base vintage e un linguaggio lirico ma non proprio d’attualità per virarlo su una prova d’attrice assoluta in cui non è minimamente in dubbio la sua abilità e una recitazione volutamente sopra le righe, decisamente di stampo filodrammatico. Eppure è uno degli spettacoli di punta della succursale dell’Eliseo, reggendo praticamente da solo il cartellone di dicembre. Uno spettacolo difficile e breve (sessanta minuti) che si regge sulla tensione, sulla dovuta attenzione dello spettatore. Chi era presenta in sala era venuto per l’attrice e non per la scrittrice. La saldatura tra le due mediazioni è difficile e problematica. Non ci si riesce ad appassionare se nella notte di capodanno la scrittrice si rivolge al suo giovane e seducente interlocutore Jacques (riferimento scespiriano) muovendo enigmi sulla vita, sugli anni trascorsi. C’è sentore di decadenza e di bilanci. Nel ricordo immagini di incontri con artistici e letterati, il profumo del Vesuvio, l’attaccamento alla terra, le delusioni di amicizie non ripagate. La monologante è quasi sempre immobile e recita enfaticamente, sorretta a tratti solo dal suono suadente di un’arpa…

data di pubblicazione:10/12/2018


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