IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO di Yorgos Lanthimos, 2018

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO di Yorgos Lanthimos, 2018

Il cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrell) vive felicemente con la moglie Anna (Nicole Kidman) e i due figli Kim e Bob, sino a quando nella loro vita compare Martin (Barry  Keoghan), un sedicenne disturbato che ha perso il padre durante un intervento al cuore effettuato dallo stesso Steven. L’arrivo del ragazzo sconvolgerà l’armonia di cui era pervasa la loro vita.

Il regista greco Yorgo Lanthimos per il suo film si affida alle sue origini culturali classiche, traendo ispirazione da Euripide, il più moderno degli autori tragici greci. La modernità di Euripide consiste nel superamento del conflitto uomo-Dio in favore della narrazione dell’uomo comune, con tutte le sue contraddizioni ed i suoi aspetti psicologici; il mito diventa metafora dei problemi profondi che contrappongono uomo a uomo.

Il sacrificio del cervo sacro è un film sul tema della vendetta e della espiazione. La prima scena, l’incipit del film, è il primo piano di un intervento a cuore aperto, un cuore enorme, sanguinolento, macabro nel suo pulsare e reso ancor più drammatico dalle note dello Stabat Mater di Schubert. L’inquadratura anticipa il tema in gioco: il conflitto epocale uomo contro uomo fino all’ultimo battito.

La colonna sonora del film si avvale di due momenti classici, quello dell’inizio di cui si è detto e quello dell’epilogo con La passione di San Giovanni di Bach: per il resto solo musica elettronica più adatta ad un horror come a tratti il film stesso sembra essere, che tuttavia tende a distrarre e confondere lo spettatore, facendo perdere un po’ di intensità alla narrazione. Gli accadimenti, volutamente inspiegabili, concorrono a far crescere un senso di angoscia nello spettatore, con una tecnica che vuole sicuramente ispirarsi a Kubrick.

Respingente, sgradevole per scelta, Il sacrificio del cervo sacro è un tuffo negli abissi più cupi della natura umana, in cui si scontrano il bisogno di razionalizzare di Steven  con l’irrazionale esasperato di Martin.

Film ricco di premesse e aspettative, non tutte purtroppo realizzate, pensato per dissacrare e sorprendere, ma che non raggiunge perfettamente l’obiettivo.

data di pubblicazione:03/07/2018


Scopri con un click il nostro voto:

LA FAVORITA di Yorgos Lanthimos, 2019

LA FAVORITA di Yorgos Lanthimos, 2019

Inghilterra XVIII secolo, gli Inglesi sono in guerra con la Francia. La regina Anna (Olivia Colman), donna fragile, malata e capricciosa, siede sul trono, ma, di fatto, governa per lei la sua favorita ed intima amica lady Sarah Churchill (Rachel Weisz) prendendosi cura sia del Regno sia della Regina stessa. L’equilibrio va in crisi quando lady Sarah concede generosamente di lavorare a corte alla sua lontana cugina, la giovane Abigail (Emma Stone). Costei, nobile decaduta e povera, dietro alla facciata di umiltà ed innocenza, cela in verità una subdola e fredda voglia di rivalsa e di potere. Tra dissimulazioni, intrighi, sotterfugi ed amori saffici si apre una lotta senza quartiere fra le due dame per le grazie della volubile regina e per il potere.

 

Già pluripremiato a Venezia, da dove nei suoi Appunti di viaggio ce ne aveva fornito alcuni accenni con la sua brillante sintesi ed acutezza di giudizio la nostra M. Letizia Panerai, arriva oggi sui nostri schermi, ricco di altri premi e di ben dieci nomination per i prossimi Oscar l’ultimo film di Lanthimos. Il giovane regista greco è uno dei cineasti più sorprendenti ed originali per la natura dei suoi lavori e per la traiettoria singolare che ha saputo costruirsi nel corso di un breve lasso di tempo. Gli sono bastati infatti appena un pugno di film per essere inserito dai critici nel gruppo dei pochi autori di valenza internazionale, grazie al suo talento artistico, al suo humour surreale e dissacrante ed al suo gusto per una satira sociale molto caustica e libera da ogni tabù.

La Favorita, dopo The Lobster ed Il Sacrificio del cervo sacro, film entrambi, a dir poco, spiazzanti, è difatti il suo terzo progetto internazionale ed il primo di cui si limita alla sola regia. E che regia! Il film non delude nessuna delle attese che lo precedevano perché assistiamo al risultato di un lavoro prodigioso e riuscito sulle forme del cinema spettacolare e commerciale attuale. Il regista infatti si impadronisce e si diverte con i codici e le convenzioni dei film storici, dei drammi in costume e dei biopic, e, con ingegnosità ed audacia li fa propri, ne cambia radicalmente il registro e ne rende un insieme amalgamato che, nel contempo, è però radicalmente nuovo e del tutto originale. Può sembrarci un film apparentemente semplice, ma, in realtà è ben più complesso ed affascinante di tutte le precedenti realizzazioni dell’autore. Un film che dovrà essere rivisto per meglio coglierne tutti i vari piani di lettura. Pur uscendo dall’astrazione dei suoi pregressi lavori, il regista ama infatti continuare a sorprendere e spiazzare lo spettatore proprio mentre sembra avergli offerto un modo ed una prospettiva concreta, sia pur insolita e corrosiva, per leggere la storia che viene narrata.

Il film non è assolutamente il remake di un qualcosa già visto, al contrario è un’opera in tutto e per tutto originalissima e, se proprio vogliamo cedere al gioco dei rimandi, un qualche richiamo si può provare a fare solo al grande Kubrick di Barry Lyndon od anche al Greenaway di Compton House per alcuni tocchi scenici e per alcune riprese a lume di candela per restituire le atmosfere cupe dell’epoca.

Fra costumi sontuosi ed arredi di interni fastosi, l’autore ci racconta dunque di un intrigante gioco di amore e potere che vede coinvolte tre donne con pochi scrupoli, quale mero spunto per poi fare una amara e durissima riflessione sull’arrivismo, sull’egoismo, sul potere e, soprattutto sul desiderio del potere fine a se stesso, costi quel che costi pur di primeggiare sugli altri. Contemporaneamente il regista ci regala anche uno studio sulle rivalità al femminile, ove invidie, gelosie, competizione, manipolazione, uso della forza della bellezza o sfruttamento della debolezza psicofisica, dei sentimenti e del bisogno di affetti divengono tutte armi da usare, con pari cinismo e crudeltà, come armi vere, ed allora sesso e potere divengono ben presto lame pericolose e a doppio taglio. Pur cambiando il contesto narrativo, per Lanthimos resta sempre costante elemento distintivo della sua narrazione filmica la condanna inesorabile dell’animo umano ad essere sempre corrotto dal potere, dall’avidità e dalle sue debolezze nascoste. Per raccontarci tutto ciò l’autore mette in scena un mondo di immagini lussuose, un perfezionismo fastoso di ambientazioni, arredi ed acconciature, ripreso spesso, ma senza infastidire però troppo lo spettatore, con inquadrature in fish-eye o con primi piani o grand’angoli, per sottolineare così che l’immagine è al servizio della narrazione e rendere altrettanto palese allo spettatore che la storia e la realtà raccontate sono parzialmente finte e deformate, rendendo in tal modo il tutto molto più moderno.

Una regia quella di Lanthimos sempre dinamica e creativa ma mai eccessiva, una direzione che con ritmo incalzante tiene lo spettatore incollato allo schermo per seguire gli sviluppi narrativi dei complotti e dei giochi delle tre donne. Sono proprio le tre attrici protagoniste che danno con la loro recitazione un qualche cosa di intrigante ed interessante in più al film che lo rende alla fine quasi perfetto. Sono loro che tengono la ribalta e reggono tutte le scene in un film in cui non c’è spazio reale per gli uomini. La recitazione del Trio è veramente a livelli elevati, difficile dire chi interpreti meglio il suo personaggio. Di sicuro la Colman rende in modo perfetto tutto il disagio psicofisico della sovrana, ma non le son da meno le altre due alle prese entrambe con personaggi dalle molteplici sfaccettature. Lanthimos ha dunque superato la sfida con brio squisito ed audacia e si conferma un autore non semplice e nemmeno leggero, ma , di sicuro, geniale e di innegabile talento, capace di raccontare il passato giocando con elementi contemporanei ed in modo moderno.

La Favorita è un film autoriale pienamente riuscito che piacerà al grande pubblico ed ai cinefili.

data di pubblicazione:25/01/2019


Scopri con un click il nostro voto:

ACCREDITATI IN LAGUNA: APPUNTI DI VIAGGIO DAL LIDO DI VENEZIA

ACCREDITATI IN LAGUNA: APPUNTI DI VIAGGIO DAL LIDO DI VENEZIA

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

La seconda giornata del festival ha da subito mostrato di essere dedicata alla complessità dell’universo femminile, così pieno di mille sfaccettature, grazie alla proiezione di due pellicole, diametralmente opposte, ricche di originalità e gran fascino, entrambe in Concorso.

 

Apre la giornata del 30 agosto ROMA del regista messicano Alsonso Cuarón (il cui titolo rimanda ad un quartiere di Città del Messico), che ricorrendo ad un linguaggio molto semplice raccontato in bianco e nero, parla della vita di due donne appartenenti a ceti sociali differenti che negli anni ’70 si troveranno da sole a crescere i bambini di casa, una come madre l’altra come governante. A cinque anni dal successo di Gravity, Cuarón torna al Lido per raccontarci un personale amarcord sulla sua infanzia tra le mura di una famiglia dove tutto si svolgeva con i rituali tipici di una casa borghese, in un paese in subbuglio per le rivolte studentesche e sociali degli inizi degli anni settanta. Il risultato è un bellissimo film che ha come DNA al suo interno tre elementi basilari: un bianco e nero digitale che, come ha dichiarato il regista stesso in conferenza stampa, non conferisce al film una patina nostalgica essendo molto avanzato da un punto di vista tecnologico, dunque contemporaneo; il personaggio di Cleo, una indigena che vive presso una famiglia borghese con mansioni da governante, una persona “di casa” che cresce i figli della sua signora come fossero i suoi e che questi a loro volta la considerano come una seconda mamma; e come ultimo elemento la memoria, non solo personale del regista di vicende consumate tra le mura domestiche ancora molto vivide, ma anche storica espressa attraverso lunghi piani sequenza che collocano la pellicola ai fatti di violenza del 1971 ad opera dei militari sui manifestanti del movimento studentesco. I personaggi, tutti reali, fanno parte del vissuto di Cuarón che sul set ha ricostruito quasi interamente la casa in cui è cresciuto, con una narrazione che procede in maniera fluida con tratti di puro verismo che rimandano al periodo neorealista italiano.

Il film è stato diretto, prodotto e scritto dallo stesso Cuarón che ne ha curato anche la fotografia, ma sarà Netflix a distribuirlo in Italia e all’estero, segno dei tempi che cambiano come ha dichiarato il regista, perché un prodotto non a colori, non di genere e parzialmente in lingua indigena, non avrebbe di certo avuto molte possibilità a trovare spazi di distribuzione.

Il secondo film di questa seconda giornata è The favourite (La favorita), folle commedia in costume di Yorgos Lanthimos, intrisa di satira e crudeltà, ambientata presso la corte della regina Anna nell’Inghilterra tra il 1702 e il 1707, che narra di due personaggi femminili che si contendono a colpi bassi le grazie della regina. Il film vanta la presenza di tre interpreti d’eccezione: la bravissima Olivia Colman nei panni di una regina Anna stanca ed insicura che, sentendo di non essere amata, come una bambina viziata esercita il suo immenso potere su tutto e tutti; una magnetica Rachel Weisz nei panni di Lady Sarah Churchill, stretta ed intima confidente della regina, che dovrà vedersela con sua cugina Abigail, interpretata da una sorprendente Emma Stone personaggio sfidante che è disposto a tutto pur di sopravvivere a corte. Il film ha il potere di girare solo intorno a questi tre personaggi femminili in un continuo disequilibrio tra privato e politica, con un mondo maschile decisamente fuori fuoco ed asservito. Anche la storia di quel periodo è vista attraverso gli occhi di queste tre donne, sempre in competizione tra loro per la supremazia, al servizio dei loro intrighi e della loro accanita rivalità. Il regista (The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro) ha esasperato l’uso del grandangolo per descrivere le scene di interni e dilatarne la visione rispetto all’esterno, evidenziando così un contesto “distorto” in cui poche persone prendono decisioni sulla vita di milioni di altre.

Due film molto interessanti, decisamente da non perdere.

data di pubblicazione:31/08/2018