GREEN BOOK di Peter Farrelly, 2018

GREEN BOOK di Peter Farrelly, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

L’uomo bianco e l’uomo nero, il povero e il ricco, un viaggio insieme alla (ri)scoperta di se stessi, con l’immancabile osmosi di personalità tra due personaggi apparentemente agli antipodi. Green Book, però, è molto di più che un “tradizionale” road movie: è un film che fa bene all’anima e al cinema, con un impareggiabile Viggo Mortensen a fare da protagonista.

Tony Vallelonga, detto Tony Lip (Viggo Mortensen), è un italoamericano che vive nel Bronx dei primi anni Sessanta. Lavora nei locali notturni come “uomo della sicurezza” e, giorno per giorno, cerca il modo di portare a casa quanto necessario ad assicurare a sua moglie Dolores (Linda Cardellini) e ai suoi figli una vita dignitosa: non importa se si tratta di ingurgitare hot dog, di guidare il camion della spazzatura o di “giocare” a dadi o a carte.

Una nuova opportunità di lavoro, però, lo mette di fronte a una scelta per niente scontata: fare da autista al Don Shirley (Mahershala Ali), uno dei pianisti più virtuosi della sua generazione, un uomo colto ed erudito, ma soprattutto un uomo di colore. Lo aspetta una tournée negli Stati del Sud, quelli dove gli avamposti del razzismo sono più difficili da violare: otto settimane lontano da casa, con un “capo nero” da cui prendere ordini, ma con una buona paga pronta a ricompensarlo se l’artista porterà a termine il suo viaggio senza problemi. Dopo qualche esitazione, i due partono a bordo di un’automobile color carta da zucchero, muniti dell’indispensabile “libro verde”: il green book è una sorta di guida turistica, molto diffusa all’epoca, in cui gli afroamericani potevano trovare l’elenco dei ristoranti e degli alberghi a loro “riservati”.

La diffidenza iniziale tra i Tony e Shirley si trasforma progressivamente in empatia. Tony protegge Doc, mentre Doc insegna a Tony a scrivere delle lettere d’amore che non si riducano alla rassegna di quel che mangia a colazione o a pranzo.

Osservando Doc dallo specchietto retrovisore, Tony si accorge fin da subito che la mente del suo compagno di viaggio è affollata da molti pensieri: è quello che succede alle persone intelligenti, e chissà se poi è davvero così divertente essere intelligenti. Il genio e il talento, del resto, sono nulla senza il coraggio: il coraggio di dire no, di scendere dal palco quando le luci dei riflettori diventano dei fari che abbagliano le coscienze, di non rinnegare le proprie origini, ma anche di non lasciarsi ingabbiare dagli stereotipi che in quelle origini affondano le loro solide radici. Il coraggio di non perdere la dignità, di insistere, di resistere, di rinascere.

Ispirato alla storia vera di Tony Lip, padre di uno degli sceneggiatori del film (Nick Vallelunga), Green Book non lascia certo indifferenti. La ricetta del road movieè quella tradizionale: l’uomo bianco e l’uomo nero, il povero e il ricco, un viaggio insieme alla (ri)scoperta di se stessi, con l’immancabile osmosi di personalità tra due personaggi apparentemente agli antipodi. Gli ingredienti, però, sono di prima qualità e riescono a fare la differenza anche in una pellicola che, sulla carta, si candidava a divenire uno degli ennesimi esercizi di un genere cinematografico ormai (fin troppo?) collaudato. La sceneggiatura è coinvolgente e mai banale, i personaggi mostrano sfumature caratteriali indubbiamente interessanti, ma è Viggo Mortensen a rendere Green Book un autentico gioiello: grandioso nella sua interpretazione dell’“uomo straordinariamente comune”, mai sopra le righe eppure capace di “bucare lo schermo”. Senza contare le battute recitate in italiano: meriterebbe un Oscar solo per quelle.

Con Green Book, insomma, si ride, si piange e si riflette, come nelle buone “commedie d’autore” che si rispettino.

data di pubblicazione: 24/10/2018








MONSTERS AND MEN di Reinaldo Marcus Green, 2018

MONSTERS AND MEN di Reinaldo Marcus Green, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Le violenze, gli abusi e i silenzi della polizia americana, che nasconde dietro la divisa i più odiosi pregiudizi razziali, si incrociano con le storie di tre uomini chiamati a scegliere da che parte stare: perché, nella vita, prima o poi, sempre un momento in cui si può scegliere se restare mostri o divenire uomini.

Danny (John David Washington) è poliziotto nero costretto a fare i conti, malgrado la divisa che indossa, con i pregiudizi legati al colore della sua pelle. Manny (Anthony Ramos) è un giovane padre di famiglia che si divide tra la strada e la ricerca di un lavoro “per bene”. Zyrick (Kelvin Harrison Jr.) è un ragazzo con il talento per il baseball, che, insieme al suo papà, accarezza il sogno del successo da professionista.

Le storie dei tre protagonisti si incrociano e si sfiorano nel momento in cui una notte, in uno dei quartieri “difficili” di Brooklyn (Bed-Stuy), sei poliziotti fermano Darius Larson (Samel Edwards), il nero che tutti conoscono come il gestore del negozio di alimentari all’angolo della strada: sempre pronto a donare un dollaro ai ragazzini, ma anche a rifornire di sigarette di contrabbando chiunque ne faccia richiesta. L’atmosfera diviene nervosa, l’agente Sala lascia partire un colpo di pistola e Darius resta ucciso. Manny assiste alla scena e filma tutto con il suo telefono cellulare: ci vuole ben poco a comprendere che la versione fornita dalla polizia non coincide con quella mostrata dalle immagini. A questo punto i tre protagonisti sono chiamati a scegliere da che parte stare: dalla parte del silenzio codardo ma rassicurante o da quella della verità coraggiosa ma pericolosa; dalla parte dei mostri o dalla parte degli uomini.

Monsters and Men, primo lungometraggio di Reinaldo Marcus Green e già vincitore del premio speciale della Giuria per la migliore opera prima all’ultima edizione del Sundance Film Festival, si confronta con il volto oscuro dell’America, quello in cui il grilletto della polizia è troppo sensibile alla vista di uomini della pelle nera, quello cantato dalla chitarra di Springsteen con American Skin (41 Shots), quello che ancora rappresenta un nodo irrisolto degli Stati Uniti multirazziali ma non sempre multiculturali. Lo stesso volto che, del resto, anche l’Italia si è trovata a mostrare con il caso di Stefano Cucchi, portato sul grande schermo dal film Sulla mia pelle. Non importa che la vittima sia un nero o un “tossico”: la sostanza, in fondo, resta la stessa.

Il razzismo è un ottuso pregiudizio difficile da superare. La 13ma edizione della Festa del Cinema lo ricorda con tutti i registi, con film come The Hate U Give, cui fa da sfondo la stessa tematica di Monsters and Men, o Green Book, con i toni della commedia dal retrogusto amaro. Così come è difficile scoperchiare il vaso di Pandora degli abusi commessi da chi avrebbe il dovere istituzionale di tutelare i diritti dei cittadini. Il film di Reinaldo Marcus Green, tuttavia, pur restituendo uno spaccato di indubbio interesse, non riesce a toccare le corde giuste per convincere fino in fondo. Le storie dei tre protagonisti restano troppo distanti le une dalle altre e la narrazione perde spesso di ritmo, lasciando senza sviluppo alcuni spunti che restano appena accennati.

data di pubblicazione: 26/10/2018







BERLINALE [9] – THE BOOKSHOP di Isabel Coixet, 2018

BERLINALE [9] – THE BOOKSHOP di Isabel Coixet, 2018

(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)

Florence Green, oramai vedova da diversi anni, vuole scrollarsi di dosso la tristezza che pervade la sua vita e decide di realizzare il suo sogno nascosto che è quello di aprire una libreria. Sfortunatamente sceglie il posto meno adatto: Hardborough sulla costa inglese, una piccola cittadina che vive come in un perenne letargo. Florence dovrà ben presto affrontare oltre allo scetticismo della gente del luogo, anche l’ostruzionismo della ricca Mrs. Gamart che vuole assolutamente difendere la propria influenza culturale sulla città. A tutto questo si aggiunge lo scandalo sollevato dalla vendita di libri quali Lolita di Nabokov e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Sommersa da inevitabili problemi di natura economica, Florence dovrà accettare ben presto l’idea di vedere andare in fumo la sua amata libreria, abbandonando così quel progetto al quale aveva dedicato tutte le sue energie.

 

La regista catalana Isabel Coixet è oramai nota al pubblico italiano dopo il successo ottenuto nel 2005 con il film La vita segreta delle parole presentato al Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti, e premiato in patria con ben quattro premi Goya tra cui quelli per miglior film e miglior regia. Qui alla Berlinale si era fatta già notare nel 2003 con La mia vita senza me candidato agli European Film Awards come miglior film oltre ad ottenere due premi Goya. Tratto da un romanzo di Penelope Fitzgerald del 1978, The bookshop è un film ben costruito con una fotografia molto curata sulla ventosa costiera britannica, che regala alla pellicola una ventata di aria fresca, facendo da contrappunto all’atmosfera polverosa della libreria di Florence (Emily Mortimer). La protagonista è un personaggio che dietro una apparente fragilità di vedova indifesa, nasconde invece una buona dose di coraggio e di risolutezza di fronte alle avverse situazioni che le si presentano: dovrà infatti lottare molto contro l’aristocratica Mrs. Gamart (Patricia Clarkson), che cercherà in tutti i modi di ostacolare l’attività della libreria ricorrendo a stratagemmi politicamente poco corretti. Seppur il finale non è proprio da definirsi un happy end dal momento che la povera Florence dovrà andarsene lasciando la propria casa e la libreria costruita con grande amore e passione, la storia nel suo complesso è alquanto prevedibile. All’assoluta e incontestabile naturalezza recitativa dei vari personaggi ha purtroppo riscontro una narrazione poco interessante e del tutto priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo. Una nota positiva è ciò che emerge dalla figura di Florence, una donna che ama i libri, ama leggerli ma anche accarezzarli per scoprirne quel fascino segreto che va al di là della carta stampata e che riesce a sprigionare il giusto nutrimento per chi ama intensamente la lettura, come la protagonista di questo film.

data di pubblicazione:23/02/2018







LA CASA DEI LIBRI di Isabel Coixet, 2018

LA CASA DEI LIBRI di Isabel Coixet, 2018

Florence Green, oramai vedova da diversi anni, vuole scrollarsi di dosso la tristezza che pervade la sua vita e decide di realizzare il suo sogno nascosto che è quello di aprire una libreria. Sfortunatamente sceglie il posto sbagliato: la piccola cittadina di Hardborough sulla costa inglese. Florence si troverà presto ad affrontare non solo lo scetticismo della gente del luogo ma, essenzialmente, l’ostruzionismo della ricca Mrs. Gamart che vuole assolutamente difendere la propria influenza culturale su questa cittadina in perenne letargo. A tutto questo si aggiunge lo scandalo sollevato dalla vendita di libri quali Lolita di Nabokov e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury che sicuramente non facilitano il compito di farsi ben volere dalle persone del posto.

 

 

La regista catalana Isabel Coixet è ben nota al pubblico italiano grazie al successo ottenuto nel 2005 con La vita segreta delle parole, presentato al Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti e premiato in patria con ben quattro premi Goya tra cui quelli per miglior film e migliore regia. Nel 2003 con La mia vita senza me (candidato agli European Film Awards come miglior film e due premi Goya) si era fatta notare anche alla Berlinale dove, nell’edizione di quest’anno, ha presentato La casa dei libri.

Tratto dal romanzo The bookshop di Penelope Fitzgerald del 1978, il film è ben costruito, con una fotografia che conferisce alla pellicola un respiro di aria fresca liberandola dall’atmosfera polverosa della libreria di Florence (Emily Mortimer) alla quale la ventosa costiera britannica fa da contrappunto. La protagonista è un personaggio che dietro l’apparente fragilità di una vedova indifesa nasconde invece una buona dose di coraggio e di risolutezza di fronte alle situazioni avverse che le si presentano; dovrà infatti lottare molto contro l’aristocratica Mrs. Gamart (Patricia Clarkson) che cercherà, in tutti i modi, di ostacolare l’attività della libreria ricorrendo a stratagemmi politicamente poco corretti.

Il finale, seppur non possa definirsi un happy end, non cancella tuttavia quella prevedibilità che distoglie in parte l’interesse dello spettatore. All’incontestabile bravura degli interpreti si registra, di contro, una narrazione poco interessante e del tutto priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo: ne risulta un film lento e a tratti addirittura noioso, riscattato dall’unica nota positiva rappresentata dalla figura di Florence che ama non solo leggere i libri ma anche accarezzarli, per scoprirne quel fascino segreto che va al di là della carta stampata.

data di pubblicazione:28/09/2018


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CARMINE STREET GUITARS di Ron Mann Canada, 2018

CARMINE STREET GUITARS di Ron Mann Canada, 2018

All’incrocio tra Carmine Street con Bleecher Street, nel cuore di un Greenwich Village, sempre più turistico, sopravvive una piccola bottega artigiana, a prima vista un negozio di chitarre, che ci racconta piccole storie e amore per la musica.  É il  Carmine Street Guitars  gestito dal 1990 da un dolce artigiano, che realizza casse e manici dei suoi pezzi  unici con legname antico,  che lui chiama “le ossa di New York”, recuperato da edifici dismessi della città: alberghi, bar, persino chiese. Ron Mann, il regista,”entra” per cinque giorni nella vita del negozio di Rick Kelly, ricco di aneddoti, personaggi e tante chitarre.

 

Se già una fabbrica di chitarre tra le più famose nel mondo, pensate alla Gibson o alla  Fender, è quasi un laboratorio artigianale, seppure organizzato a modo di catena di montaggio per adeguarlo a grandi produzioni (la sola Gibson a Nashville realizza seimila chitarre all’anno), immaginate cosa possa essere la piccola impresa di Rick Kelly e della sua giovane e biondissima assistente Cindy Hulej, nei 300 metri quadri di Carmine street! Si tratta di una bottega laboratorio, gestita da sole tre persone: Rick e Cindy, già menzionati e la vecchia e arzilla “mom” di Rick, telefonista e contabile, dove regna sovrano un apparente disordine. In quello spazio, si realizzano pezzi unici  di bellissime chitarre per musicisti, ma anche si riparano o ritoccano o modificano  quelle degli affezionati clienti. E che clienti..! Nei cinque giorni, ripresi senza fronzoli velleitari dalla cinepresa del regista, si alternano alcuni dei migliori chitarristi della scena  rock, jazz e country, contemporanea, oltre ad  appassionati più o meno famosi. Non potendoli ricordare tutti, vediamo presentarsi nel negozio, Bill Frisell e Marc Ribot che ci deliziano, provando i raffinati strumenti o chiacchierando amabilmente di legni o di un Village che va scomparendo, Christine Bougie (Bahamas) che non si limita a provare una chitarra , ma canta  una dolce ballata, come pure Eleanor Friedberger. Ancora, fra gli altri, si affacciano Nels Cline che vuol regalare una chitarra speciale al leader della sua band (Wilco), Jeff Tweedy che ha perso da poco il padre (e prenderà la preziosa Mc Sorley,  appena realizzata da Rick col legno datato 1854 della più antica birreria di New York), Charlie Sexton della band di Dylan e Jaime Hince dei Kills. Interessante è il dialogo con Jim Jarmush (che ha prodotto il docufilm), cui molto deve lo stesso Rick in quanto fu il regista, anni prima, a regalargli i primi  preziosi legni antichi che diedero l’idea del laboratorio.

Inutile dilungarsi: il film è un susseguirsi di chiacchiere intelligenti (sul perché Rick ama le Fender, sulle qualità del palissandro, sulla speculazione edilizia al Village), di test su chitarre, di musica acustica o elettrica ad alto livello, di tante cose che rendono questo piccolo documentario una chicca imperdibile per appassionati e non.

Al regista Ron Mann, canadese autore eclettico che passa con grande disinvoltura dal Jaz (Imagine the Sound), ai fumetti, (Comic Book Confidential), va il merito non da poco di aver saputo rappresentare al meglio, in un’ora e mezzo, questa piccola oasi di sogni e semplici  emozioni al centro della città, culla del più sfrenato consumismo. Non sappiamo quante possibilità avremo di vedere questo piccolo gioiello sugli schermi delle nostre città (la miopia e l’inerzia dei distributori nostrani è  notoria), ma se così non fosse cercate di  non perderlo: ne vale assolutamente la pena!

data di pubblicazione:06/09/2018