TURNER di Mike Leigh, 2015

TURNER di Mike Leigh, 2015

É finalmente arrivato nelle sale italiane Turner. Il film, osannato dalla critica, scritto e diretto da Mike Leigh, ha ricevuto ben quattro nomination agli Oscar (fotografia, scenografia, costumi e colonna sonora), dopo che il protagonista Timothy Spall è stato meritatamente premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile. Il regista, che assieme a Ken Loach potremmo definire un esponente di quel realismo inglese fatto di piccole storie contemporanee su persone appartenenti alle classi meno abbienti, spesso perdenti, personaggi sovente scomodi e difficili (Segreti e Bugie, Happy Go Lucky, Another Year), già ne Il segreto di Vera Drake aveva operato una digressione, accostandosi ad ambiti e storie lontane nel tempo, regalandoci un film bellissimo premiato poi con il Leone D’Oro a Venezia.

William Turner, pittore paesaggista dell’800, è un viaggiatore solitario che usa disegnare paesaggi sul suo taccuino per poi rielaborare gli schizzi su tela nello studio della sua casa; vive con l’anziano padre, che gli fa da instancabile assistente ma che in gioventù fu il miglior barbiere di Covent Garden, e verso il quale nutre un profondo affetto che manifesta attraverso una tenerezza che gli calza malamente addosso e che generalmente non mostra nei confronti di nessun altro essere umano, soprattutto se di genere femminile. Sembrerebbe infatti odiare particolarmente le donne, trattando con sprezzante distacco la moglie, dalla quale si è separato, e le figlie delle quali arriva addirittura a negarne l’esistenza, oltre alla sua devota governate che chiama damigella, ma che “possiede” quando ne ha voglia e senza troppe spiegazioni. In realtà Turner, uomo geniale dal brutto carattere, solitario e orso, odia tutte le persone parassite ed “affette da servilismo”, senza dignità, rivolgendo la sua stima ai rari esponenti del genere umano che con orgoglio e coraggio affrontano la vita ed il loro destino. Una di queste è la signora Booth, una vedova di cui si innamora inspiegabilmente. Paragonandola alla dea greca dell’amore Afrodite, Turner vive con lei gli ultimi anni della sua vita in una sorta di seconda giovinezza: Signora Booth, siete una donna di immensa bellezza…quando mi guardo io allo specchio vedo una garguglia. Il primo marito della signora Booth era morto disperso in mare mentre il secondo, che aveva lavorato sulle navi negriere, ne era tornato talmente turbato e scosso da non riuscire a sopravvivere con quel peso sul cuore; Turner, che nella sua vita aveva dipinto solo ridicoli naufragi, come ebbe a dire in un momento di collera la sua vera moglie, trova nell’accogliente e gentile Signora Booth il porto in cui rifugiarsi e trascorre gli ultimi anni della sua vita.

Sicuramente una pecca di questa pellicola è la lunghezza (149’); tuttavia il regista riesce attraverso la vita degli ultimi vent’anni di questo famoso pittore, a farci apprezzare l’approccio che l’artista ha con ciò che poi ritrae nei suoi quadri. Questo personaggio, così poco gradevole, ombroso, egoista, ma mai cattivo e capace di slanci imprevedibili, alla fine riusciamo anche ad amarlo, ad entrarci in empatia, affezionandoci alla sua rude scorza. E’ proprio la sua instancabile voglia di ritrarre ciò che lo colpisce, questa bramosia nel realizzare le sue opere, fatta tutta di istinti quasi animaleschi (che lo portano a sputare sulle tele per sfumare i colori), il filo che tiene lo spettatore legato alla sua storia così singolare.

data di pubblicazione 31/01/2015


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LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN di Xavier Dolan, 2019

LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN di Xavier Dolan, 2019

Il giovanissimo ma già affermato attore Rupert Turner, durante un’intervista per una importante testata rivela i retroscena della vita di John F. Donovan, anche lui giovane attore e famosa star della televisione, morto dieci anni prima in circostanze poco chiare. Rupert, ancora bambino, aveva iniziato una fitta corrispondenza epistolare con John che considerava un mito, un super eroe, un esempio da seguire e che ancora oggi, dopo tanto tempo, continua ad avere un ruolo determinante nelle sue scelte individuali e professionali.

 

 

Xavier Dolan, l’enfant prodige canadese oramai considerato tra i grandi registi della cinematografia internazionale, ne La mia vita con John F. Donovan ci racconta in parte la sua storia vissuta perché sin da bambino nutriva il forte desiderio di dedicare al cinema tutto se stesso. Basti ricordare che appena diciannovenne esordì come regista a Cannes con il suo primo lungometraggio J’ai tué ma mère, più volte premiato, mentre qualche anno dopo, sempre a Cannes, vinse il Premio della Giuria con il film Mommy, da molti considerato il suo capolavoro. Penultimo lavoro di Dolan (seguito da Matthias & Maxime in competizione quest’anno per la Palma d’oro) La mia vita con John F. Donovan fu presentato nel 2018 in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival dove fu completamente annientato dalla critica internazionale che lo ritenne il suo peggior film, con un plot troppo articolato e confuso, oltre ad una serie di flashback che, nonostante l’eccellenza del cast, avevano reso il film lungo e noioso. Nonostante l’insuccesso, probabilmente a causa di una scarsa originalità narrativa, si lascia comunque seguire grazie alla descrizione di personaggi che non riescono ad essere se stessi e a relazionarsi con la società che li circonda, perché imbrigliati in schemi che impediscono loro di esprimere i propri sentimenti fuori da ogni reticenza. Ritroviamo, come in ogni sua pellicola, il tema ricorrente del rapporto con la madre, che in questo caso sembra invadere prepotentemente la scena: una madre a suo modo protettiva ma che sa anche essere spietata e che si pone quasi in competizione con il figlio che, seppur ancora bambino, sa già ciò che vuole e soprattutto dove vuole arrivare. Quanto a Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Susan Sarandon, Kathy Bates, Ben Schnetzer, Thandie Newton, Amara Karan, che compongono il cast del film, ognuno di loro è perfettamente calato nel suo ruolo, anche se non sembra essere sufficiente a riscattare un montaggio che inficia in maniera determinante il risultato finale.

Un’operazione dunque non perfettamente riuscita ma che comunque merita la dovuta attenzione perché evidenzia il tocco di un grande regista che sa sempre portare sul grande schermo sé stesso, mettendosi in discussione in ogni suo lavoro. Un film che pur raggiungendo appena la sufficienza, riesce a farci pensare come mondi diversi possano coesistere sottolineando l’importanza di essere sempre liberi dai condizionamenti e da false ipocrisie.

data di pubblicazione:02/07/2019


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PETERLOO di Mike Leigh, 2019

PETERLOO di Mike Leigh, 2019

Peterloo è la crasi tra St. Peter’s e Waterloo. Essa indica “la strage di innocenti” che avvenne durante un comizio nell’agosto del 1819, presso St. Peter’s Field a Manchester ad opera della cavalleria inglese, immediatamente dopo la vittoria su Napoleone a Waterloo, allo scopo di soffocare nel sangue la pacifica manifestazione di famiglie di contadini che, pur pagando i tributi al Re, si erano radunati per chiedere al Governo inglese la riforma elettorale, non potendolo fare esprimendo regolarmente il proprio voto.

 

Mike Leigh (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake e Turner) ci regala un altro dei suoi “affreschi” sui diritti negati ai più deboli, raccontando un episodio sovente riportato nei trafiletti dei libri di storia inglese, in cui persero la vita diciotto persone ed almeno un centinaio rimasero gravemente ferite: un forte atto di repressione sulla libertà di riunione ad opera del governo su donne, bambini e braccianti di Manchester, che rappresentò una delle scintille per la definizione della futura democrazia.

Il regista ci riporta ancora nel passato per parlarci del presente, mettendo di nuovo al centro dei suoi racconti l’uomo nella sua eterna lotta contro l’avidità del potere, la corruzione e la violenza: questa umanità che perde tutto per tentare di vivere una vita migliore, per far valere i propri diritti e che combatte in nome di un ideale che possa condurla verso una vita più giusta. Leigh ci fa capire come le ripercussioni economiche, su un paese appena uscito da un conflitto seppur vittorioso come il caso dell’Inghilterra su Napoleone, siano ugualmente devastanti e come i governi hanno da sempre tentato di risolvere ogni genere di crisi vessando il popolo, come fecero i conservatori del governo britannico nell’ 800.

Peterloo è un film storico che si articola, come spesso avviene nelle pellicole di Leigh, partendo da una lunga fase di preparazione in cui entriamo nell’atmosfera di queste famiglie contadine, inventate ad arte dal regista, ma che verosimilmente ricalcano la vita di quelle reali di allora: persone normali che non sanno come sopravvivere nel quotidiano. Ed è in questo contesto che, con il supporto di attivisti e giornalisti, cominciano a farsi largo le idee di cambiamento.

Le scene del massacro sono esaltate dal montaggio di Jon Gregory (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), con una sequenza di immagini di grande impatto visivo; il lavoro di Jon Gregory è stato paragonato da Leigh come quello di uno chef che assembla gli ingredienti per arrivare ad esaltare il gusto finale del piatto che si sta realizzando. Dick Pope ha invece curato la fotografia, attingendo alla sua lunga esperienza da documentarista in zone di guerra: il risultato è dato da inquadrature di ampio respiro, con masse di persone brulicanti e comizi politici, che ci introducono sino alle fasi finali dello scontro.

Peterloo si sceglie di andarlo a vedere per riflettere su come la storia si ripeta, incessantemente, sotto i nostri occhi e su come da certi errori del passato si possa partire per affrontare meglio il presente.

data di pubblicazione:29/03/2019


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PETERLOO di Mike Leigh, 2018

PETERLOO di Mike Leigh, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Peterloo, ovvero la crasi tra St. Peter’s e Waterloo, è un termine per descrive “la strage di innocenti” che avvenne durante un comizio nell’agosto del 1819 presso St. Peter’s Field a Manchester ad opera della cavalleria inglese per soffocare nel sangue, immediatamente dopo la vittoria su Napoleone a Waterloo, una pacifica manifestazione di famiglie di contadini che si radunarono per chiedere al Governo inglese la riforma elettorale, non potendo esprimere il proprio voto pur pagando tributi al Re.

 

Mike Leigh (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake e Turner) ci regala un altro dei suoi “affreschi” sui diritti negati ai più deboli, raccontando un episodio sovente riportato nei trafiletti dei libri di storia inglese, in cui persero la vita una decina di persone ed almeno un centinaio rimasero ferite: un forte atto di repressione sulla libertà di riunione ad opera del governo su donne, bambini e braccianti di Manchester, che rappresentò una delle scintille per la definizione della democrazia.

Il regista ci riporta ancora nel passato per parlarci del presente, mettendo di nuovo al centro dei suoi racconti l’uomo nella sua eterna lotta contro l’avidità del potere, la corruzione e la violenza: questa umanità che perde tutto per tentare una vita migliore, per far valere i propri diritti, che combatte in nome di un ideale che li conduca verso una vita più giusta. Le ripercussioni economiche per un paese appena uscito da un conflitto, seppur vittorioso come il caso dell’Inghilterra su Napoleone, sono ugualmente devastanti e i governi hanno da sempre tentato di risolvere la crisi che ne consegue vessando il popolo, come fecero i conservatori del governo britannico nell’ 800.

Peterloo è un film storico che si articola, come spesso avviene nelle pellicole di Leigh, partendo da una lunga fase di preparazione in cui entriamo nell’atmosfera di queste famiglie contadine inventate ad arte dal regista, ma che verosimilmente ricalcano la vita di quelle reali di allora, persone normali che non sanno come sopravvivere nel quotidiano: in questo ambiente, con il supporto di attivisti e giornalisti, cominciano a nascere e crescere le idee di cambiamento.

Le scene del massacro sono esaltate dal montaggio di Jon Gregory (candidato Oscar per Tre manifesti a Ebbing, Missouri), con una sequenza di immagini di grande impatto visivo; il lavoro di Jon Gregory è stato paragonato da Leigh come quello di uno chef che assembla gli ingredienti per arrivare ad esaltare il gusto finale del piatto che si sta realizzando. Dick Pope ha invece curato la fotografia, attingendo alla sua lunga esperienza da documentarista in zone di guerra: il risultato è dato da inquadrature di ampio respiro di masse di persone brulicanti, di comizi politici, che ci introducono sino alle fasi finali dello scontro.

Peterloo è un film che si sceglie di andare a vedere per riflettere su come la storia si ripeta, incessantemente, sotto i nostri occhi e su come da certi errori del passato si possa partire per affrontare meglio il presente.

data di pubblicazione:02/09/2018








THE HAPPY PRINCE di Rupert Everett, 2018

THE HAPPY PRINCE di Rupert Everett, 2018

Alla fine del 19esimo secolo Oscar Wilde rappresentava un’icona nell’alta società londinese, affascinata oltre che dai suoi lavori anche dalla sua personalità carica di umorismo e di trasgressione al tempo stesso. A causa della dichiarata omosessualità venne condannato e messo in prigione: due anni dopo ne uscì profondamente provato nel fisico e senza più soldi perché, nel frattempo, le sue opere teatrali erano state messe al bando e non più rappresentate. Trasferitosi in esilio a Parigi, dopo falliti tentativi di riconciliarsi con la moglie Constance, Wilde decise di chiudere la relazione con il giovane Lord Douglas responsabile di averlo trascinato in quel totale disastro. Pur tra i fumi dell’assenzio, Oscar Wilde riuscì comunque con i suoi racconti per bambini a conquistarsi l’affetto di un folto pubblico che fedelmente lo seguirà sino alla fine dei suoi giorni.

 

 

Dopo aver interpretato il ruolo di protagonista in tantissimi film di successo (per citarne alcuni: Ballando con uno sconosciuto, Il matrimonio del mio miglior amico, Shakespeare in Love, L’importanza di chiamarsi Ernesto, Stage Beauty, Hysteria) Rubert Everett è alla sua prima regia con The Happy Prince, presentato quest’anno alla Berlinale nella Sezione Teddy Award. Interpretando il ruolo di Oscar Wilde, il regista Everett sembra dare il meglio di sé e confermare una eccellente bravura supportata da una evidente maturità personale che incide in maniera determinante nell’imprimere una giusta dose di empatia nel personaggio da lui rappresentato. L’immagine che ne viene fuori si adatta perfettamente alla figura dell’insigne scrittore, che negli ultimi anni della sua vita si era completamente lasciato andare a degli eccessi che la puritana società vittoriana di allora difficilmente avrebbe potuto tollerare. Il film ci parla di Oscar Wilde oramai in esilio a Parigi, lontano dall’amata moglie Constance e dai suoi due figli, in uno stato di perenne indigenza e oramai prossimo a morire, pur tuttavia sempre pronto a ironizzare sulla propria persona e a guardare il lato buono delle cose. Ecco così che Rupert Everett riesce nel delicato compito di non rivelare il lato buio della personalità di Wilde, ma al contrario di mostrare la sua capacità di venir fuori dalle situazioni più cupe con ineguagliabile sarcasmo. Riferendosi al De Profundis, testamento di Wilde dalla prigione, Everett ci narra di un uomo che fu punito per essere quello che lui stesso desiderava essere, senza ricorrere ad ipocrisie o ad atteggiamenti che contraddicessero la sua genuina personalità. The Happy Prince è una favola per bambini, oramai di rilevanza universale, che colpisce il cuore di tutti a prescindere dall’età anagrafica ed il film che ne porta il titolo ha centrato in pieno lo spirito del suo autore, considerato a ragione tra i grandi della letteratura di tutti i tempi. Nell’ottimo cast spicca Emily Watson nella parte di Constance e Colin Firth nel ruolo dell’amico Reggie Turner. Il film è nelle sale italiane e se ne consiglia la visione.

data di pubblicazione:13/04/2018


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