IL CASO SPOTLIGHT di Thomas McCarthy, 2016

IL CASO SPOTLIGHT di Thomas McCarthy, 2016

Basato su una storia vera il film di Thomas McCarthy, presentato a Venezia 72 nella Sezione fuori concorso, narra di un gruppo di giornalisti investigatori appartenenti alla sezione denominata Spotlight (tutt’oggi esistente) del quotidiano locale The Boston Globe.

È l’estate del 2001 quando il neo direttore (Liev Schreiber) decide che la Spotlight deve accantonare le indagini giornalistiche in corso per riaccendere i riflettori su alcuni casi di abusi su minori susseguitisi una trentina di anni prima nella loro comunità ad opera di alcuni prelati, e segretati dall’omertà di alcuni componenti di spicco della società cattolica bostoniana. Coordinati da Walter Robinson “Robby” (Michael Keaton), nel gennaio del 2002 il gruppo Spotlight riuscirà a rendere di pubblico dominio la storia di un sistema di protezione attuato da un gruppo di avvocati nei confronti di alcuni sacerdoti della diocesidi Boston.

Il film di McCarthy è di estrema attualità e punta il dito non solo sull’inefficacia delle rare misure adottate dalla Chiesa nei confronti delle sue mele marce, ma soprattutto sulle violenze, oltre che fisiche anche di fede, arrecate a bambini affidati alle cure di sacerdoti, veri e propri padri spirituali, che in questo modo hanno doppiamente violentato le proprie vittime.

Ben interpretato, incalzante e realistico, non banale né retorico, in Spotlight spicca l’interpretazione di Mark Ruffalo, che intervenuto a Venezia in conferenza stampa, aveva manifestato uno spirito in linea con le sue battaglie da attivista in campagne di rilevanza politico-sociali. Sicuramente da vedere, sia per lanciare il messaggio di un ritorno al giornalismo libero ed investigativo che oramai in America è di appannaggio solo di pochi professionisti finanziati da privati, sia per invitare ovviamente la Chiesa a fare chiarezza.

data di pubblicazione 18/02/2016


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SPOTLIGHT di Thomas McCarthy – USA (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori concorso)

SPOTLIGHT di Thomas McCarthy – USA (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori concorso)

Basato su una storia vera il film di Thomas McCarthy, presentato a Venezia nella Sezione fuori concorso, narra di un gruppo di giornalisti investigatori appartenenti alla sezione denominata Spotlight (tutt’oggi esistente) del quotidiano locale The Boston Globe. È l’estate del 2001 quando il neo direttore (Liev Schreiber) decide che la Spotlight deve accantonare le indagini giornalistiche in corso per riaccendere i riflettori su alcuni casi di abusi su minori susseguitisi una trentina di anni prima nella loro comunità ad opera di alcuni prelati, e segretati dall’omertà di alcuni componenti di spicco della società cattolica bostoniana. Coordinati da Walter Robinson “Robby” (Michael Keaton), nel gennaio del 2002 il gruppo Spotlight riuscirà a rendere di pubblico dominio la storia di un sistema di protezione attuato da un gruppo di avvocati nei confronti di alcuni sacerdoti della diocesidi Boston.

Il film di McCarthy è di estrema attualità e punta il dito non solo sull’inefficacia delle rare misure adottate dalla Chiesa nei confronti delle sue mele marce, ma soprattutto sulle violenze, oltre che fisiche anche di fede, arrecate a bambini affidati alle cure di sacerdoti, veri e propri padri spirituali, che in questo modo hanno doppiamente violentato le proprie vittime.

Ben interpretato, incalzante e realistico, non banale né retorico, in Spotlight spicca l’interpretazione di Mark Ruffalo, che in conferenza stampa ha manifestato uno spirito in linea con le sue battaglie da attivista in campagne di rilevanza politico-sociali. Sicuramente da vedere, sia per lanciare il messaggio di un ritorno al giornalismo libero ed investigativo che oramai in America è di appannaggio solo di pochi professionisti finanziati da privati, sia per invitare ovviamente la Chiesa a fare chiarezza.

data di pubblicazione 03/09/2015








IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle, 2018

IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle, 2018

Presentato in prima mondiale il 29 agosto al Lido di Venezia, Il primo uomo ha inaugurato il Concorso della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Intimo ed emozionante, non delude questo nuovo film di Damine Chazelle, a 49 anni dall’allunaggio dell’Apollo 11; la pellicola, interpretata da Ryan Gosling, Jason Clarke e Claire Foy e prodotta dalla Universal Pictures, è stata definita dallo stesso Barbera “un lavoro personale, affascinante e originale, piacevolmente sorprendente al confronto con gli altri film epici del nostri tempi, a conferma del grande talento di un regista tra i più importanti del cinema americano di oggi”.

 

Spazzati via romanticismo, sentimento e musica che avevano caratterizzato La La Land e le “frustate” del batterista di Whiplash, il giovane e talentuoso regista si muove in un territorio completamente diverso, concentrandosi sulla figura di Neil Armstrong negli otto anni che precedettero la missione NASA che lo fece sbarcare sulla luna, in un resoconto in prima persona di un uomo piuttosto reticente ad esprimere i propri sentimenti, padre e marito attento, umile, e non solo la figura iconica che tutto il mondo conosce. Chazelle è riuscito nell’ardua impresa di rispettare il carattere dell’uomo più che descrivere il mito, cercando di mostrarne le emozioni nella vita di tutti i giorni, indagando su ciò che ad ogni missione lasciava sulla terra riuscendo, grazie alla sua collaudata abilità di regista, a dare libero sfogo a quello che è il desiderio recondito di ogni bambino di diventare astronauta, come fosse la cosa più semplice al mondo. Non bisogna dunque essere dei supereroi, perché il suo Neil non lo è. La sceneggiatura, scritta da Josh Singer (Oscar per Spotlight) alterna ai momenti professionali, ricostruiti con meticolosa minuziosità, una tranquilla vita familiare, fatta di gioie e dolori che contribuirono, secondo il regista che si è nutrito dei racconti dei figli di Armstrong e della moglie nonché del libro di James R. Hansen, a creare il personaggio pubblico che tutti conosciamo.

Nel luglio 1969, Armstrong comandò la missione di allunaggio Apollo 11; nelle fasi di avvicinamento prese il controllo del modulo lunare sino a farlo atterrare in una zona poco rocciosa: uscito dal Lem, posò il suo piede sinistro sul suolo lunare e fu il primo essere umano a camminare sulla luna. Di quella conquista Armstrong disse: “La cosa più importante della missione Apollo fu dimostrare che l’umanità non è incatenata per sempre a un solo pianeta, e che le nostre visioni possono superare quel confine, e che le nostre opportunità solo illimitate”.

In Italia, quel 20 luglio del 1969, sarà ricordato non solo per la più lunga diretta mai affrontata dalla nostra televisione (circa 25 ore), ma anche per quel “Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!” riferita al modulo lunare Eagle, che il giornalista Tito Stagno pronunciò con una manciata di secondi in anticipo rispetto all’inviato Ruggero Orlando, il quale in collegamento da Houston subito dopo replicò “Ha toccato in questo momento”. La disputa tra i due cronisti sul momento preciso dell’allunaggio, coprì ai telespettatori italiani la storica frase di Neil Armstrong “Qui base della Tranquillità, l’Aquila è atterrata”.

Neil Armstrong è scomparso nell’agosto 2012 per le conseguenze di un intervento chirurgico di bypass coronarico: aveva compiuto 82 anni. Il film ci consegna l’immagine di un uomo come tanti, che tuttavia ha scritto una delle importanti pagine della storia del secolo scorso.

data di pubblicazione:31/10/2018


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FIRST MAN (IL PRIMO UOMO) di Damien Chazelle, 2018

FIRST MAN (IL PRIMO UOMO) di Damien Chazelle, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Intimo ed emozionante: non delude il nuovo attesissimo film di Damien Chazelle First Man. Presentato in prima mondiale il 29 agosto al Lido di Venezia, inaugura il Concorso della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. A 49 anni dall’allunaggio dell’Apollo 11, la pellicola interpretata da Ryan Gosling, Jason Clarke e Claire Foy e prodotta dalla Universal Pictures, è stata definita dallo stesso Barbera “Un lavoro personale, affascinante e originale, piacevolmente sorprendente al confronto con gli altri film epici del nostri tempi, a conferma del grande talento di un regista tra i più importanti del cinema americano di oggi”.

Spazzati via romanticismo, sentimento e musica che avevano caratterizzato La La Land e le “frustate” del batterista di Whiplash, il giovane e talentuoso regista si muove su un territorio completamente diverso, concentrandosi sulla figura di Neil Armstrong negli otto anni che precedettero la missione NASA che lo fece sbarcare sulla luna, in un resoconto in prima persona di un uomo piuttosto reticente ad esprimere i propri sentimenti, padre e marito attento, umile, e non solo la figura iconica che il mondo conosce. Chazelle è riuscito nell’ardua impresa di rispettare il carattere dell’uomo più che descrivere il mito, cercando di mostrarne le emozioni nella vita di tutti i giorni, indagando su ciò che ad ogni missione lasciava sulla terra, riuscendo grazie alla sua collaudata abilità di regista a dare libero sfogo a quello che è il desiderio recondito di ogni bambino di diventare astronauta, come fosse la cosa più semplice al mondo. Non bisogna dunque essere dei supereroi, perché il suo Neil non lo è. La sceneggiatura, scritta da Josh Singer (Oscar per Spotlight) alterna ai momenti professionali, ricostruiti con meticolosa minuziosità, una tranquilla vita familiare, fatta di gioie e dolori che contribuirono, secondo il regista che si è nutrito dei racconti dei figli di Armstrong e della moglie nonché del libro di James R. Hansen, a creare il personaggio pubblico che tutti conosciamo.

Nel luglio 1969, Armstrong comandò la missione di allunaggio Apollo 11; nelle fasi di avvicinamento prese il controllo del modulo lunare sino a farlo atterrare in una zona poco rocciosa: uscito dal Lem, posò il suo piede sinistro sul suolo lunare e fu il primo essere umano a camminare sulla luna. Di quella conquista Armstrong disse: “La cosa più importante della missione Apollo fu dimostrare che l’umanità non è incatenata per sempre a un solo pianeta, e che le nostre visioni possono superare quel confine, e che le nostre opportunità solo illimitate”.

In Italia quel 20 luglio del 1969 sarà ricordato non solo per la più lunga diretta mai affrontata dalla nostra televisione (circa 25 ore), ma anche per quel “Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!” riferita al modulo lunare Eagle, che il giornalista Tito Stagno pronunciò con una manciata di secondi in anticipo rispetto all’inviato Ruggero Orlando, il quale in collegamento da Houston subito dopo replicò “Ha toccato in questo momento”. La disputa tra i due cronisti sul momento preciso dell’allunaggio, coprì ai telespettatori italiani la storica frase di Neil Armstrong “Qui base della Tranquillità, l’Aquila è atterrata”.

Neil Armstrong è scomparso nell’agosto 2012 per le conseguenze di un intervento chirurgico di bypass coronarico: aveva compiuto 82 anni.

data di pubblicazione:30/08/2018








THE POST di Steven Spielberg, 2018

THE POST di Steven Spielberg, 2018

C’era una volta Tutti gli uomini del Presidente di A. Pakula (1976), centrato sull’affare del Watergate, oggi invece abbiamo il magistrale The Post centrato sulla pubblicazione dei cosiddetti Pentagon Papers, un fatto che rivoluzionerà, per sempre, i rapporti fra Potere Politico e Libera Stampa e che prefigura già quel che da lì a pochi anni il giornalismo investigativo realizzerà con la scoperta, per l’appunto, dello scandalo del Watergate.

Con questo suo 31° film Spielberg realizza anche il suo primo lavoro sul cosiddetto Quarto Potere, muovendosi con maestria in uno dei tradizionali filoni del cinema americano. Un genere in cui si intrecciano fra loro la denuncia contro gli abusi del Potere ed il ruolo della Stampa. In filigrana The Post può anche essere letto come una risposta, fatta con stile e vigore, agli attacchi di Trump ai Giornali Americani, di cui invece Spielberg intende metaforicamente sottolineare la forza e la capacità di resistere alle pressioni politiche.

Siamo agli inizi degli anni ’70, il Washington Post è ancora un giornale di secondaria importanza rispetto a colossi come il New York Times, suo principale concorrente. Katharine Graham (Maryl Streep) figlia del ricco fondatore del quotidiano, fra lo scetticismo generale, ne diviene editrice/direttrice prendendo il posto che era stato del marito appena morto. Direttore/capo redattore effettivo è invece Ben Bradley (Tom Hanks). Il giornale viene in possesso di documenti segretissimi: i Pentagon Papers, che comprovano tutte le implicazioni degli Stati Uniti nel Sud Est Asiatico e che la Casa Bianca, mentendo ai propri concittadini, ha sempre saputo che la guerra in Vietnam non ha mai avuto alcuna possibilità di essere vinta. Il dilemma morale che si pone la Direzione del Giornale, fra l’altro in una lotta contro il tempo con il potente concorrente New York Times, è se pubblicare o meno i documenti, nella consapevolezza che farlo significherebbe violare le leggi dello Stato e provocare effetti devastanti nei rapporti tra l’opinione pubblica e fra i vertici politici.

Poteva uscirne uno dei tanti buoni film sul giornalismo, invece Spielberg, con la sua maestria, coadiuvato dall’ottima sceneggiatura di Josh Singer (premio Oscar 2016 per Spotlight), fa la vera differenza, e ci regala un film maturo, elegante ed intelligente, non solo sulla Libera Stampa, ma, contemporaneamente, anche su una splendida figura di donna. Solo lui infatti, poteva dirigere con una scrittura capace di non perdere mai il punto di vista dello spettatore, mantenere intatta l’atmosfera dei fatti ed orchestrare una suspense credibile nel succedersi degli eventi, disegnandoci anche uno dei migliori ritratti femminili degli ultimi anni. Una donna che, in un’epoca dominata dal maschilismo, riesce invece trovare in sé la forza per trasformarsi e divenire capace di prendere, in prima persona, decisioni cruciali.

Il film non può che essere un film d’attori, e quindi cosa dire ancora di due mostri sacri e carismatici come Maryl Streep (nuovamente candidata all’Oscar) e Tom Hanks? Sono entrambi meravigliosamente capaci di far vibrare di umanità i loro personaggi. Attorno a loro un cast di ottimi caratteristi, ognuno perfetto nei vari ruoli. I virtuosismi filmici del regista: riprese in continuo movimento, inquadrature dal basso, piani e contro piani fanno infine di The Post una vera lezione di ottimo cinema oltre che un bel thriller giornalistico, sullo stesso livello dei migliori film di genere degli anni d’oro di Hollywood.   La forza delle parole può essere più potente delle pallottole.

data di pubblicazione: 02/02/2018


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