LA FAMIGLIA BÉLIER di Éric Lartigau, 2015

LA FAMIGLIA BÉLIER di Éric Lartigau, 2015

Paula Bélier (Louane Emera). Bélier, come “montone”. Sedici anni. Il corpo che cambia, il cuore che inizia a battere tra i banchi di scuola, la fisiologica contrapposizione generazionale con i propri genitori, il distacco dal nido familiare come necessario anello di congiunzione tra l’adolescenza e l’età adulta. Fin qui nulla di nuovo. Solo che Paula è l’unica nella sua famiglia in grado di sentire e di parlare. Comunica con la mamma (Karin Viard, semplicemente strepitosa), il papà (François Damiens) e il fratellino (Luca Gelberg) attraverso il linguaggio dei segni, rendendosi generoso e impeccabile ponte tra il silenzio che avvolge la sua casa e il frastuono che si agita fuori da quelle mura. Un’armonia in cui le note e le pause sembrano integrarsi su uno spartito dal solido equilibrio, fino a quando il destino, amabilmente crudele, non decide di imporre un nuovo ritmo e una nuova melodia nella fattoria della famiglia Bélier. Paula ha una pepita in gola, che il suo insegnante di canto (Éric Elmosnino) ha tutta l’intenzione di lasciar brillare alla luce del sole. Perché chi ha ricevuto in dono dei talenti non può permettersi il lusso di non investirli nella ricerca di un sogno. Anche qualora quel sogno richieda di abbandonare la bucolica campagna per la caotica città. Anche qualora quel sogno dovesse rendere ancor più doloroso il fisiologico distacco.

Sarebbe riduttivo leggere La famiglia Bélier come un film sulla diversità o come una più ampia riflessione sulle tante vie attraverso cui è possibile comunicare, se solo si trovi il coraggio di guardare (e di sentire) oltre le etichette e gli schemi. Si tratta piuttosto di un delicato componimento poetico, fatto di punti di vista, apparentemente antitetici, che si alternano, si avvicinano, si sfiorano e infine si fondono pur restando distinti, come quando, nella scena del duetto e in quella dell’audizione, lo spettatore “sente” di essere una nota e, al tempo stesso, una pausa, parte integrante dell’affascinante spartito intitolato “famiglia Bélier”.

Risulta coerentemente inserita nei tempi e nello spirito del racconto anche la prospettiva politico-sociale, affidata alla candidatura di papà Bélier a Sindaco del suo paese. Il manifesto con la foto di un sordo e lo slogan “Io vi ascolto”, insieme alla (a tratti esilarante) campagna elettorale portata avanti con entusiastica e contagiosa convinzione, stigmatizzano, senza ridondante retorica, quel sordomutismo di una classe politica che, sempre più spesso, risuona in maniera assordante nei tradizionali modelli della democrazia occidentale.

Convincente la prova della protagonista Louane Emera, classe 1996, la quale passa con ammirevole disinvoltura dallo psichedelico luccichio del palcoscenico di “The Voice” alle luci caldamente suffuse di una commedia che, sia pur cedendo a tratti alle lusinghe dello stereotipo d’effetto (la corsa dell’ultimo minuto e all’ultimo respiro), è in grado di coinvolgere, divertire, stupire e commuovere.

 

data di pubblicazione 26/03/2015


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PARLAMI DI TE di Hervé  Mimran, 2019

PARLAMI DI TE di Hervé Mimran, 2019

Ispirato alla storia vera del Numero Uno di Peugeot-Citroen, il film racconta di Alain (Fabrice Luchini) Direttore di Impresa, docente universitario, oratore brillante, uomo iperattivo ed egocentrico, con una vita pressata fra mille impegni fino al giorno in cui un ictus lo colpisce menomandolo nella memoria e nell’eloquio. Alain è così costretto ad avviare un percorso di rieducazione che lo porta a riscoprire i veri valori della vita ed a ricostruire relazioni ed affetti prima trascurati.

 

Dopo il successo nel 2011 di Quasi Amici, sembra ormai essere divenuta una peculiarità, quasi un “filone” della cinematografia francese affrontare il tema dell’incontro con la disabilità o l’handicap, di volta in volta, con i giusti toni di tenerezza, delicatezza o anche scherzosità. Abbiamo apprezzato, tanto per citarne alcuni, La Famiglia Bélier (2014) e Tutti in Piedi (2018), ed oggi è il turno di Parlami di Te. Con il suo film il cineasta francese Mimran ci parla della caduta e ricostruzione di un uomo e si propone di offrirci anche lo spunto per una riflessione sulla fragilità della Vita e l’occasione per criticare la perdita di relazioni umane in una Società sempre più pressata dall’urgenza e dai ritmi del lavoro, ricordandoci che invece occorrerebbe piuttosto ritrovare il tempo e l’attenzione per se stessi ed i propri affetti.

Visto il garbo ed il successo dei film precedenti ed ancor più anche la presenza di un grande attore come Luchini, ci si attendeva di sicuro un altro film francese gradevole. Ahinoi, anche le ciambelle francesi a volte escono insipide! E questa è veramente sciapa, stucchevole e priva di originalità!

Intenzioni e presupposti ammirevoli ci sono, ma manca purtroppo un risultato adeguato. Il tema e gli interpreti davano infatti al film un buon potenziale, ma, dopo un inizio promettente il regista perde il ritmo narrativo, cade di tono e di inventiva e la storia, priva di una solida sceneggiatura, inizia a girare a vuoto, avvitandosi su se stessa in ripetizioni e disperdendosi in lungaggini ed in storie secondarie inutili. Il risultato è che si accumulano così le ripetizioni senza mai riuscire a decollare, perdendo tutto il brio, la poeticità ed il potenziale narrativo che si era intravisto. La linea scelta dal regista sembra infatti privilegiare un intrattenimento privo di sottigliezza e delicatezza, spesso poi anche prevedibile, se non anche banale.

Prova a salvare, o meglio, a reggere tutto il film la prestazione di Luchini (un grande attore apprezzato soprattutto per le sue capacità recitative), con il suo spaesamento fisico, con i suoi farfugliamenti ed i suoi giochi di parole deformate per effetto dei problemi cognitivi. Giochi di parole che, a volte, riescono ad essere anche divertenti malgrado la loro ripetitività e la notevole perdita di ambiguità lessicale nel doppiaggio in italiano. Ma è veramente un po’ poco! Mancano del tutto quella tenerezza, quel garbo e quell’emozione che il tema o le intenzioni avrebbero potuto apportare con un po’ più di semplicità narrativa e senza inutili ingombri. Volendo forse fare troppo il film diviene progressivamente irritante per la sua banalizzazione del tutto incoerente poi rispetto al personaggio ed all’argomento affrontato.

Alla fine ne risulta un film convenzionale, prevedibile e senza originalità che non trova la sua giusta dimensione, cui non sempre basta un bravo Luchini per dare spessore al quasi nulla. Anzi, lo stesso Luchini corre sovente il rischio di confondersi e farsi travolgere dal nulla. Peccato!

Orario di punta, cinema ai Parioli, e… solo 4 persone in sala!!

data di pubblicazione:01/03/2019


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