Prima Guerra Mondiale Aprile 1917, Francia,due giovani caporali del contingente britannico vengono incaricati di attraversare le linee nemiche e la terra di nessuno per trasmettere l’ordine di annullare un’offensiva prevista all’alba ed evitare così l’inutile sacrificio di ben 1600 commilitoni.

Sam Mendes, regista e sceneggiatore inglese, con soli 7 film e con l’Oscar vinto fin dal suo esordio nel 1999 con American Beauty, si è imposto come uno dei maggiori autori dell’ultimo ventennio. Da allora in poi la sua carriera si è contraddistinta per la grande ricerca formale, lo stile personale e per l’eclettismo dei generi affrontati sempre con successo fino agli ultimi due James Bond. Lo si aspettava ora ad una nuova prova, ed eccolo, già preceduto dai due Golden Globe per la Migliore Regia e per il Miglior Film e ben dieci candidature per i prossimi Oscar, confermarsi con questo suo nuovo film come un autore ed un narratore di gran classe con un eccezionale senso dello spettacolo.

Ispirandosi ai ricordi di guerra del nonno, Mendes ci racconta con il suo 1917 l’odissea di due giovani soldati ed una parabola sull’assurdità della guerra nei grandi come nei piccoli avvenimenti, e l’assurdità delle scelte cui i singoli sono costretti loro malgrado, lo spirito di sacrificio ed il senso del dovere delle tante migliaia di soldati sconosciuti. La piccola grande storia dell’eroismo quotidiano dei tanti uomini qualunque. Un film di guerra e sulla guerra, ma non l’ennesimo film di guerra perché l’opera di Mendes si distacca radicalmente da tutti per lo stile narrativo adottato.

Il regista realizza infatti e con successo, una sfida tecnica ambiziosa: girare il film in un “quasi unico” continuo Piano Sequenza, proponendo, anzi obbligando così intenzionalmente lo spettatore ad un’esperienza immersiva intensa e totalizzante nella realtà narrata. Così facendo lo spettatore è infatti trascinato insieme ad i due protagonisti nel mezzo delle trincee, fra il fango, i crateri delle bombe, i reticolati, i cadaveri ed i topi fra i vari campi di battaglia. Messo così lo spettatore al livello dei suoi personaggi, tanto anonimi quanto universali, non c’è bisogno di grandi discorsi sull’inutilità del tutto, basta la sola empatia che si genera fin dalle prime coinvolgenti immagini che sono un unico continuo movimento di attori e della cinepresa che ci restituisce solo tutto ciò che i personaggi fanno,vedono, vivono e soffrono. Una scelta tecnica eccezionale che ha una sua piena coerenza narrativa e rende più vere e concrete le vicende umane affrontate. Un film totale che trasforma un tour de force tecnico in un mezzo per consentire allo spettatore di comprendere con la propria percezione gli orrori cui è costretto, fino a renderglieli quasi fisicamente palpabili.

Coadiuva il regista per la fotografia il bravissimo Roger Deakins che, al di là degli spunti narrativi, esalta la bellezza visiva e rende tangibile con autenticità crescente il miracolo tecnico con tutta la forza di immagini suggestive ognuna delle quali vale un film.

Va detto che l’immersione dello spettatore nei fatti narrati è divenuto esso stesso quasi un sottogenere dei film d’azione. Una necessità ovviamente per rinnovare il modo di raccontare le storie di azione al cinema ed avvicinarsi così ai più giovani abituati alla realtà virtuale dei videogiochi. Spielberg, come sempre, aveva già aperta la via, Sam Mendes però prosegue da par suo la scelta costruendo una sua tutta personale visione. Al regista non interessa più di tanto entrare nei personaggi, ciò che gli sta veramente a cuore è coinvolgere ed immergere lo spettatore nella vicenda in modo intenso e far vivere in tempo reale le situazioni vissute dai protagonisti. Questo virtuosismo tecnico ed esperienziale rendono il lavoro di Mendes un “unicum” di gran qualità.

1917 è un film più spettacolare che realista, per cui non occorre attardarsi sulla veridicità o plausibilità delle vicende (tante le incongruenze, tanti gli anacronismi) non è ciò che interessa veramente. Se il film sembrerà privo di anima e concentrato solo sulla tecnica e sugli estetismi, rammentiamo sempre che il regista immergendo lo spettatore nel dramma vuole che sia lo spettatore stesso ad elaborare ciò che ha visto ed a provarne le emozioni di modo che queste possano così perdurare ben al di là dell’esperienza vissuta in sala.

data di pubblicazione:27/01/2020


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